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Opinioni
30 Gennaio 2014
12:43

Terra dei fuochi, il disastro è definitivo: le aziende rifiutano i prodotti coltivati lì

La Findus non compra più prodotti provenienti dall’entroterra Campano definito “a rischio”. La MD Discount chiede ai coltivatori di specificare che non si tratta di prodotti campani. Ai contadini della Terra dei fuochi viene chiesto di fare analisi (a spese loro) per certificare la bontà degli ortaggi e della frutta. La Coop ha condotto delle analisi e ha scoperto che non acquista prodotti contaminati. Ma nel frattempo il panico incontrollato ha messo in ginocchio l’agricoltura dell’area. È la seconda fase del biocidio: dopo l’avvelenamento, c’è l’azzeramento economico di un’area che un tempo era florida.
A cura di Ciro Pellegrino
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Non importa. Non importa che ortaggi e frutta non risultino contaminati dopo le analisi. Non importa se prima d'allora e per decenni da quella stessa terra nascevano prodotti venduti in tutta Italia. Non importa se ormai è chiaro ai magistrati e ai tecnici che non tutto è perduto che bisogna isolare il marcio ma si può salvare quel che è ancora sano. Non importa, non importa più: sulla colonna infame di quella che un tempo fu la Campania Felix ci sono scritti i nomi delle città dei veleni. Lì, in quella che oggi viene definita "La terra dei fuochi" la peste non ha riscontri scientifici ma è sulla bocca di tutti, ormai. Anche di coloro che poco sanno e poco capiscono. E se in un supermercato si può scegliere e se si può scegliere tra un prodotto di un'area marchiata d'infamia a livello mondiale (oggi financo sul New York Times) e un altro, un qualsiasi altro prodotto equivalente, perché rischiare? Le buone mamme, le brave massaie e i papà premurosi scelgono, si fanno influenzare, guardano la tv, si preoccupano. Perché rischiare? Questo lo sanno i negozianti, lo sanno i grossisti, lo sanno i grandi gruppi industriali che comprano prodotti coltivati e li rimettono sul mercato sotto forma di surgelati o freschi, sui banchi dei supermercati. Non servono le analisi chimiche, non più: quel che dovevano fare la scienza e la giustizia, ovvero individuare le aree avvelenate dallo sversamento di rifiuti, isolarle e analizzare le coltivazioni per capire quali fossero compromesse,  individuare e punire i responsabili del disastro, è stato reso inutile dal panico incontrollato, dalle rivelazioni dei pentiti in prima serata televisiva, dai «moriremo tutti». Di fronte a tutto questo era inevitabile ciò che sta accadendo oggi: la fuga di una parte dei grandi committenti, le aziende produttrici di surgelati e le catene del commercio al dettaglio che un tempo tra Napoli e Caserta facevano la guerra per acquistare tutto il coltivato e oggi, invece, fanno dietrofront. Qualcuna tenta di difendere, sulla base delle analisi, i prodotti. Servirà? Intanto molte aziende stanno specificando sui barattoli di pomodori e legumi, sulle buste di surgelati, che si tratta di «prodotti controllati e provenienti dal Nord Italia». L'esempio è quello delle passate Pomì. Ma c'è dell'altro. Molto più pericoloso, molto più devastante.

Fanpage.it ha potuto documentare ciò che sta accadendo. In questo articolo di Gaia Bozza è spiegata  la fuga della Findus. Il giornale ha avuto modo di visionare le comunicazioni scritte ai coltivatori diretti dagli addetti all'acquisto dei prodotti ortofrutticoli. Nel caso di Findus, nessuna deroga: da Mondragone a Licola, dalla provincia di Caserta fino alle porte di Napoli, ad est e ad ovest, non si acquista più nulla. E se una azienda è davvero convinta che i suoi prodotti siano sani, beh, lo dimostri a spese sue, facendo una valutazione di rischio ambientale. eseguendo cioè analisi per individuare metalli pesanti nelle acque di irrigazione e nel terreno. Significa, in sintesi, che ad un chilo di patate, venduto a 10-15 euro al chilogrammo, occorre aggiungere 1.500 euro delle analisi da fare di volta in volta sui singoli lotti. Ma non c'è solo questa grande azienda in campo. Fanpage.it ha potuto visionare anche le direttive, spedite ai venditori nell'ottobre scorso, di MD Discount (Lillo spa), una delle catene più note a livello meridionale. La MD Discount ha chiesto in questi mesi ai produttori un'autocertificazione dei prodotti. Chiede di mettere nero su bianco che non sono campani.  «Tale documento – si legge – deve attestare che gli articoli a noi forniti, non siano di origine Campania. Tale richiesta è frutto della cattiva pubblicità che i media hanno sollevato in questo momento particolarmente critico (mi riferisco alla situazione Terra dei fuochi). Anche se la nostra legislazione prevede che sia indicata solo la nazione di origine – chiede il dirigente della società – vi chiedo di essere ancora più scrupolosi nell’indicarmi la regione di produzione. Ovviamente su prodotti stagionali dove l’origine è per forza maggiore Campania, vi chiedo di organizzarvi a produrre tutte le documentazione fitosanitarie previste, in modo che se in futuro ci saranno richieste, noi possiamo con tutta la tranquillità, dimostrare che in Campania esistono anche aziende che lavorano nel rispetto delle regole». La missiva mostra quanto anche le stesse realtà imprenditoriali siano state travolte dallo tsunami mediatico che ha fatto tabula rasa, senza differenza tra il buono e il cattivo, tra il sano e il contaminato.

La Coop Italia, ad onor del vero, ci ha provato. È stata una delle poche aziende che non ha fatto scattare la mannaia sull'ortofrutta proveniente dall'area del Napoletano e del Casertano, ma ha sottoposto il suo fornitore «vicino alla zona cosiddetta “terra dei fuochi”, convenzionalmente compresa fra Aversa, Giugliano e Villa Literno» ad un campionamento straordinario, analizzando cavoli, peperoni, lattuga e relativi terreni e acque di coltivazione. Conclusione delle analisi interne di Coop: «Tutti i campioni analizzati, sia di vegetali edibili, che di acque e terreni, sono risultati a norma di legge per i tenori di metalli pesanti, Pcb, diossine, radioattività».

Ecco lo studio completo commissionato dalla Coop Italia.

Si è buttato dunque il bambino con l'acqua sporca, durante questi mesi di allarme, proteste, dolore? La Terra dei fuochi è da sventrare e bonificare o è da buttare? Biocidio, la parola simbolo della lotta per le bonifiche e per il risanamento  di queste aree stuprate dagli sversamenti incontrollati di veleni ha una seconda fase, dunque: dopo la prima, quella della consapevolezza di un disastro ambientale che si ripercuote sulla salute dei cittadini (denuncia sulla quale, è bene chiarirlo per onestà intellettuale, le autorità sanitarie non hanno trovato ancora un comune denominatore di definizione dell'entità), c'è la seconda fase, quella della desertificazione economica di un'area già debole e sottosviluppata. Ci hanno buttato la monnezza (dove? Quanta?) sono cresciuti frutti venefici (dove? Quali?) e ora per comodità chiudiamo tutto e lo lasciamo lì a marcire? In attesa della bonifica-Godot (dove?) l'unica ricchezza di quell'area, la coltivazione diretta, muore. E muore anche per l'approssimazione di tutti i soggetti coinvolti nel definire l'entità di questo problema.

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Giornalista professionista, capo servizio di Napoli a Fanpage.it. Insegna Etica e deontologia del giornalismo alla LUMSA. Ha un podcast che si chiama "Saluti da Napoli". È co-autore dei libri Il Casalese (Edizioni Cento Autori, 2011); Novantadue (Castelvecchi, 2012), Le mani nella città e L'Invisibile (Round Robin, 2013-2014). Ha vinto il Premio giornalistico Giancarlo Siani nel 2007 e i premi Paolo Giuntella e Marcello Torre nel 2012.
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