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15 Settembre 2017
18:27

Smartphone a scuola, “io, studente di liceo, vi dico che è dannoso”

La testimonianza: “I miei compagni invece di usare il cellulare per scopi didattici passavano le lezioni a scattarsi selfie”. Il messaggio: “Ripensateci”
A cura di Enrico Galletti
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Sta facendo discutere la decisione di Valeria Fedeli, ministra dell'Istruzione, di eliminare il divieto di utilizzo dello smartphone in classe, dopo che una normativa del Miur, nel 2007, li aveva definitivamente aboliti. E quella che per molti è stata ribattezzata la peggior fonte di distrazione a scuola torna a far discutere, e a mettere in contrapposizione le opinioni di ragazzi, genitori e insegnanti. A far riflettere, tra i tanti, è il punto di vista di uno studente.

"Sono al liceo classico da diversi anni – racconta -. In terza superiore arriva il momento di cambiare insegnanti, perché si aggiungono numerose materie nuove e gli argomenti di studio si intensificano. Ricordo che, al primo ingresso della mia professoressa di italiano, io e i miei compagni eravamo rimasti sbalorditi. Non solo ci aveva permesso di utilizzare lo smartphone in classe (rigorosamente per scopi didattici), ma ci aveva addirittura caldeggiato a prendere appunti sul supporto più personale che esista". Una possibilità condivisa da numerosi docenti, che segue una logica ben precisa. Siccome non esistono i fondi sufficienti per dotare ogni alunno di un tablet fornito dalla scuola, perché non permettere agli alunni di utilizzare il telefonino per fare ricerche e per prendere appunti durante le lezioni?

“Un'insegnante ci permetteva di usare il cellulare, noi rispondevamo ai messaggi”
 "Sì – ammette lo studente -, era stata una decisione saggia. Un po' controcorrente ma che, tutto sommato, ci aveva entusiasmato. Solo tre, quattro miei compagni erano rimasti affezionati alla carta. Gli altri, li appunti, li prendevano con lo smartphone. Ma solo nelle ore di questa professoressa, perché gli altri docenti non lo consentivano". Con il tempo che passa, si fa largo a una riflessione. "La possibilità che ci aveva dato la ‘prof' era concettualmente valida. Ma dopo due, tre lezioni molti miei compagni hanno cominciato a farsi selfie, a rispondere ai messaggi di WhatsApp e a dare una rapida controllata alle notifiche di Instagram. Del resto, l'insegnante non aveva mezzi per verificare se ciascuno studente stesse veramente prendendo appunti. In poche parole, si fidava di noi".

La difficoltà, che tutti lamentano, è quella di avere a che fare con classi di nativi digitali. La "tentazione" di far illuminare lo schermo del cellulare tiene banco persino durante le lezioni, quando l'uso dello smartphone è vietato. "Figuriamoci – conclude il giovane liceale – se ogni studente avesse in mano il cellulare per tutta la lezione. Come farebbe, mentre lo usa per scopi didattici, a non rispondere al WhatsApp che gli arriva o a non leggere il commento che è appena apparso su Facebook?".

Sono giorni di attesa. Bisognerà capire se, insieme alla "legalizzazione" dello smartphone in classe, si concepiranno dei metodi per prevenire la "tentazione" all'ultimo messaggio: una costante, per nulla ininfluente, della vita di ogni studente.

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