Referendum, la protesta dei fuorisede: “Prezzi dei biglietti alle stelle, impossibile tornare a casa per votare”

"Per partecipare a questo referendum dovrei spendere più di 130 euro tra treni e spostamenti. Per qualcuno può sembrare una cifra modesta. Per me significa due settimane di spesa, una bolletta pagata con fatica, quattro turni di lavoro in più". A parlare è Veronica, una studentessa fuorisede di 23 anni che studia alla Sapienza Cooperazione Internazionale. Non sa ancora se riuscirà a tornare a casa per votare al Referendum sulla giustizia.
"Devo scegliere se rientrare a casa per votare o per la pausa di Pasqua: anche con gli sconti appositi per il referendum, i prezzi del viaggio sono troppo alti – spiega a Fanpage.it – Potrò votare soltanto se riuscirò a permettermi il viaggio. Lo trovo assurdo. Mia sorella vota vivendo all'estero. Io studio, lavoro e pago le tasse in Italia. Ma sono costretta a scegliere".
Per questa ragione ho scritto una lettera al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, stamattina si è seduta davanti al Ministero della Giustizia, in via Arenula e tiene fra le mani un cartello: "Sono fuorisede, voglio votare".
La storia di Veronica, studentessa fuorisede che non riuscirà a tornare a casa per il referendum
"La colpa è del Governo, che ha rifiutato di inserire il voto fuori sede nei provvedimenti per il referendum del 22 e 23 marzo", spiega a Fanpage.it. Veronica. È originaria di un piccolo comune dell'Emilia Romagna che si trova a poco più di tre ore dalla Capitale. Eppure, nonostante la distanza possa sembrare non insormontabile, i prezzi sono alle stelle.
"I biglietti con partenza il 21 marzo e ritorno il 23, due giorni dopo, mi sono costerebbero più di 129 euro – spiega ancora a Fanpage.it – Per questo ho allegato il biglietto nella lettera per Mattarella. In questo modo il diritto di voto diventa condizionato dalla disponibilità economica. Nonostante gli sconti i prezzi continuano ad essere alle stelle".
Poi aggiunge: "Per poter pagare due biglietti devo lavorare due settimane. È assurdo trovarsi in queste condizioni. E a pagarne le spese, sono sempre le persone più giovani o in difficoltà economica – sottolinea Veronica – Ci sono persone che possono votare e altre che non possono votare, perché non possono permetterselo. Ma non è così che dovrebbe funzionare nel nostro Paese".
La lettera al Presidente Mattarella: "Non potete chiederci di scegliere fra la famiglia e il voto"
Prima del presidio davanti al Ministero Veronica ha inviato una lettera al Presidente della Repubblica Mattarella. "Dovrebbe garantire i diritti costituzionali, come votare. E il voto, come dice l'articolo 48 della Costituzione, deve essere personale, eguale, libero, segreto e un dovere civico – continua – In questo momento non mi pare che sia eguale: alcune persone possono votare, altre non possono permetterselo".
Veronica non sa se Mattarella leggerà mai la sua lettera: "Gli ho scritto nella speranza semplicemente di essere ascoltata: mi sembra che nessuno lo stia facendo: il fatto che non abbiano permesso il voto fuori sede è una notizia che è passata un po' in sordina, ma meritava molta più risonanza".
Il paradosso di Veronica: "Sono partita per maggiore inclusione, oggi sono esclusa dal voto"
Proprio nella lettera Veronica parla del suo paesino d'origine come di un piccolo comune dove la partecipazione civica sembra lontana.
"Ho scelto di partire e venire a Roma proprio perché volevo contribuire alla vita del nostro Paese, avere una possibilità di scelta, sentirmi inclusa nella vita democratica. E questo è un paradosso enorme, perché oggi mi sento così anche in una grande città, dimenticata dalle istituzioni e silenziata – aggiunge – Cerco di allontanarmi per maggiore partecipazione, ma contemporaneamente mi sono ritrovata più lontana anche dalla possibilità di votare. Mi sento frustrata".
Come Veronica sono tantissimi i fuorisede che in queste ore devono scegliere, spesso in base al loro portafogli, se riuscire a tornare a casa. "Siamo centinaia di migliaia di studenti e lavoratori e lavoratrici fuorisede, costretti a fare i conti con la vita e il suo costo nelle grandi città – conclude poi – E nessuno si dovrebbe trovare a scegliere tra tornare a casa per abbracciare la propria famiglia o tornare a casa per poter essere ascoltata dalla propria Repubblica".