Di quella domenica mi ricordo la televisione accesa, come tutte le domeniche che si correva un Gran Premio, in casa mia, con mio padre incassato nella poltrona e mia madre impegnata a vincere sul volume della telecronaca mentre stava al telefono con qualcuno. La F1 per me, da ragazzo e da bambino, è sempre stata un sottofondo. Una striscia di rombo e colori che si rifletteva in salotto. Si tifava Ferrari, i piloti italiani e Ayrton Senna.

La Ferrari si tifa perché è Ferrari; si tifa perché se la velocità ha un colore, per noi che siamo nati qui, la velocità è rossa. Patrese, Alboreto e gli altri erano le mensole dove appoggiavamo il pensiero di poterci diventare anche noi, piloti di Formula Uno. Senna invece si tifava perché era il più forte. Semplicemente. Ma non il più forte perché per forza era quello che aveva vinto di più, nemmeno perché girasse sempre più veloce degli altri e nemmeno per quella noiosa capacità di stare primo per tutto il tempo: se si fosse potuto fare, Ayrton Senna, quelli che l'hanno amato, l'avrebbero fatto partire per ultimo per tutte le gare della sua vita solo per gustarselo in sorpasso. Noi che abbiamo avuto la fortuna di vederlo vincere dal vivo probabilmente sognavamo una gara con lui ultimo a partire e cento piloti davanti: quei cento sorpassi sarebbero stati un Picasso, un Klimt o uno di quei quadri che ti verrebbe voglia di annusare il cervello di chi li ha dipinti.

Correre in auto è una questione di linee possibili. I piloti scarsi seguono tutti sudati le orme degli altri, i piloti veloci infilano le linee più brevi e poi ci sono gli artisti. Gli artisti della corsa in auto disegnano linee che gli altri non vedono. Semplicemente. Creano traiettorie che non c'erano mai state prima e rimangono sull'asfalto come un monumento. Ayrton era quella cosa lì: un gomitolo di linee innaturali sciolte con la semplicità di chi le ha sempre avuta in tasca, anche se non se n'era accorto nessuno.

Poi c'era il suo sguardo. Quello di Ayrton. Brasiliano fuori dai canoni, lo sguardo sempre lontano come se già fosse un chilometro più avanti di ciò che stava guardando. Negli occhi sempre, anche dopo un trionfo, qualche millilitro di malinconia. Anche sul gradino più alto del podio, anche con la coppa da campione del mondo, dietro agli occhi ci leggevi il suo angolo privato ad Angra dos Reis, dei genitori, degli amori. E di Dio.

"Ho visto Dio accanto a me sullo schieramento di partenza" aveva detto nel 1988 durante il Gran Premio di Giappone. Perché Ayrton era così: religioso e appuntito anche nelle interviste. Noi non l'abbiamo mica visto, invece, Dio. Ma Ayrton, sì.