Prato, morì a 35 anni per tumore al seno: Asl condannata a risarcire la famiglia con 270mila euro

Una donna di 35 anni è morta nel marzo 2018 per un carcinoma al seno dopo che i medici di Prato non avevano diagnosticato il tumore per cinque mesi; una volta scoperta la malattia, l’avevano quindi sottoposta a due interventi chirurgici – mastectomia radicale e linfoadenectomia – che secondo il Tribunale di Firenze non andavano eseguiti. Errori per i quali l’Asl Toscana Centro è stata condannata a risarcire il marito e il figlio della paziente con circa 270 mila euro per danni morali. Lo ha stabilito il giudice Roberto Monteverde nella sentenza di primo grado pubblicata in questi giorni.
La storia è riportata dal Tirreno e inizia nel dicembre 2013. La giovane madre, durante un’autopalpazione, avverte una massa al seno destro e si rivolge al Centro di prevenzione oncologica “Eliana Martini” di Prato. La visita e l'ecografia risultano negative. Nonostante i sintomi persistano, tra gennaio e marzo 2014 la ragazza torna più volte: ogni volta le viene detto di monitorare e aspettare, senza che vengano disposti approfondimenti. Solo il 17 maggio 2014, al pronto soccorso, un medico intuisce la gravità. Due giorni dopo la biopsia conferma il carcinoma infiltrante della mammella. Sono passati quasi cinque mesi dal primo segnale.
Pochi giorni dopo, il 6 giugno, viene operata d’urgenza: prima una mastectomia radicale, poi una linfoadenectomia. Secondo il Tribunale, però, quell’intervento fu ingiustificato e dannoso. I sanitari non avevano effettuato la stadiazione preoperatoria della malattia, come impongono i protocolli nazionali, né avevano sottoposto il caso al gruppo oncologico multidisciplinare previsto dalle linee guida regionali toscane. In altre parole sarebbe stata operato senza conoscere lo stadio del tumore.
Ancora più grave, i giudici hanno accertato che anche una diagnosi anticipata di cinque mesi non avrebbe cambiato in modo significativo la prognosi: le metastasi erano già presenti. Per questo l’operazione immediata andava evitata o quantomeno rinviata. La donna avrebbe invece dovuto essere avviata a una terapia neoadiuvante (chemioterapia o terapia mirata) prima di qualsiasi intervento chirurgico, per ridurre il cancro e permettere eventualmente un approccio più conservativo.
A questo si aggiunge la carenza del consenso informato. Il modulo firmato dalla paziente era generico, senza indicazioni dettagliate sui rischi, sulle alternative e sul medico responsabile. Un consenso ritenuto non valido dalla Cassazione perché non consente una scelta consapevole.
Il giudice Monteverde ha parlato di un’"emorragia di sofferenza aggiuntiva" provocata da questi errori. La mastectomia e la linfoadenectomia hanno inflitto alla donna un dolore fisico e psicologico evitabile, mentre il marito e il figlio piccolo hanno vissuto quattro anni di un "vortice inesorabile di dolore", assistendo al suo declino. Il risarcimento riconosce quindi sia il danno subito dalla paziente sia quello “propagato” ai familiari.
"Questa ragazza di 35 anni, dopo i mancati accertamenti, trovò un medico che le impose un’operazione d’urgenza senza porsi il problema del consenso informato e dei protocolli", ha dichiarato l’avvocato Franco Berti, che ha assistito la famiglia insieme al figlio Matteo. "Solo dopo abbiamo scoperto che bisognava iniziare con la chemioterapia. Quegli interventi hanno menomato la ragazza anche psicologicamente, provocando sofferenza aggiuntiva che si poteva e si doveva evitare".