“Poliziotti dicevano alle attiviste ‘vi piace se vi prendiamo forte'”: il racconto di Extinction Rebellion a Sanremo

"Avevamo gli striscioni legati alle magliette, e faceva male quando venivano strappati, è in quel momento che i poliziotti sono stati viscidi con le attiviste". A parlare a Fanpage.it è Michele, 26 anni, police contact per Extinction Rebellion. Il suo ruolo è quello di occuparsi dei rapporti con la polizia durante la fase di identificazione che inevitabilmente segue azioni di protesta come quella sul blue carpet di Sanremo.
Tredici attivisti, compreso Michele, martedì sono stati fermati dalla Polizia e trascinati via mentre protestavano contro il greenwashing degli sponsor del Festival. Con loro avevano cartelli che recitavano "L'ecocidio si avvicina" e "Eni ‘sei tu’ che distruggi il pianeta". Una protesta pacifica a cui è seguita una repressione giudicata fuori misura dalle attiviste e dagli attivisti che si trovavano lì.
"Quando ci hanno preso ci hanno sollevato di peso e ci hanno separato in due gruppi. Abbiamo subito fornito i documenti perché sappiamo che identificarci è, giustamente, la prima cosa che fa la Polizia in questi casi – spiega Michele – Ci hanno tenuto fuori dall'Ariston per circa un'ora e mezza senza dirci espressamente quale fosse il nostro stato. A un certo punto ho detto di voler chiamare l'avvocato e i poliziotti mi hanno risposto che non avrei potuto farlo perché non era mio diritto. Il senso era: ‘adesso comandiamo noi, decidiamo noi'".
È a questo punto che la tensione sale e qualche agente dice espressamente a un'attivista: "Non hai nessun diritto quando ti trovi in fermo di polizia". Ma non è l'unica cosa che è stata detta dagli agenti a Michele e al suo gruppo: "A una ragazza è rimasto il livido quando le hanno strappato il cartellone perché lo aveva legato con un cordoncino attorno alla maglietta, e quando i poliziotti lo hanno tirato le si è stretto al collo. Alcune hanno chiesto di fare piano, per evitare di farsi male, ma i poliziotti hanno risposto: ‘vi fate trascinare perché vi piace essere prese, vi piace se vi prendiamo così forte'. Lo hanno detto in maniera subdola, e viscida".
A quel punto inizia per tutte e tutti loro una lunga notte in commissariato che finirà solo sei ore e mezza dopo. In questo lasso di tempo gli attivisti si trovano sotto fermo identificativo di Polizia, non sono in arresto ma a disposizione degli agenti mentre svolgono le attività di identificazione. "Ci hanno portato al commissariato di Sanremo dove siamo rimasti inermi per ore senza poterci muovere, solo per essere identificati. Lì ci hanno fatto andare in bagno con la porta aperta, controllati a vista, anche se eravamo stati perquisiti".
Intorno alle 4 di notte gli agenti hanno deciso di lasciarli andare: "Ci hanno chiesto di firmare il verbale in cui era stato scritto cos'era successo, noi abbiamo chiesto di leggerlo prima di firmare. Davanti a questa richiesta ci hanno risposto che avrebbero detto al giudice che non volevamo collaborare". Alla fine ottengono di poterlo leggere, ma non di poter emendare le parti che ritengono scorrette. "Quando una ragazza ha detto che c'era una cosa che lei riteneva fosse falsa l'agente le ha risposto: ‘quello che è vero o falso non lo decidi tu, lo decido io'", dice Michele.
Al termine della lunga identificazione alle attiviste viene consegnato un foglio di via della durata di tre anni, significa che non potranno tornare a Sanremo per tutta la durata del provvedimento. Ma non è questa la conseguenza peggiore che Michele e le sue compagne si sono portati a casa: "La sensazione generale è quella di sentirci inermi. Dirci che non avevamo diritti, che non potevamo chiamare l'avvocato, il forzare continuamente la mano, è pericoloso per tutti. Noi abbiamo la visibilità per poter denunciare, però potrebbero esserci persone a cui queste cose capitano a telecamere spente e non hanno la possibilità di farlo pubblicamente".
