L'impatto economico del Coronavirus sarà molto più pesante della crisi del 2008 iniziata con il fallimento di Lehman Brothers. E per l'Italia la botta potrebbe essere ancora più forte di quella subita allora, perché ad essere colpiti maggiormente dal virus questa volta saranno il turismo e le attività culturali. Settori che pesano sul nostro prodotto interno più di quanto avviene in quasi tutte le altre nazioni d'Europa, e che sono vitali per alcune zone del Paese già molto povere.

È quanto emerge incrociando rapporti e studi scientifici pubblicati negli ultimi anni da diverse istituzioni e società private (Commissione europea, Lloyd's, Banca Mondiale e OMS) con l'obiettivo di stimare il costo di una pandemia sull'economia globale. Il precedente storico più citato dai vari studi è quello dell'influenza spagnola. Una pandemia che più di altre – tra quelle avvenute nell'ultimo secolo – assomiglia al Covid 19. Il virus della spagnola fece almeno 40 milioni di morti nel mondo tra il 1918 e il 1919. Seicentomila vittime solo in Italia, secondo paese europeo più colpito dopo il Portogallo.“La spagnola aveva caratteristiche simili al virus che stiamo combattendo oggi. Colpiva i polmoni, era molto contagiosa e aveva un tasso di mortalità relativamente basso, sebbene maggiore del coronavirus”, racconta Eugenia Tognotti, ordinario di Storia della Medicina all'Università di Sassari e autrice del libro “La spagnola in Italia. Storia dell'influenza che fece temere la fine del mondo”.

Paragonare gli effetti dei due virus è impossibile, non solo perché in cento anni il mondo è completamente cambiato, ma anche perché la spagnola scoppiò a Prima Guerra Mondiale in corso, quando la priorità economica per i regimi dell'epoca era quella di proseguire lo sforzo bellico, non di debellare il virus. In più, a differenza del Coronavirus che fa vittime soprattutto tra gli anziani, la spagnola colpiva principalmente uomini di età compresa tra i 15 e i 40 anni. Proprio quelli che dovevano andare al fronte. «È una differenza rilevante rispetto a oggi: il vuoto demografico che si creò nelle classi giovani, in età produttiva e riproduttiva, produsse danni economici devastanti negli anni seguenti, e oggi questo non dovrebbe succedere», fa notare Tognotti.

L'Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, il centro studi diretto dall'economista Carlo Cottarelli, ha analizzato diverse ricerche pubblicate nel mondo negli ultimi anni sui costi di una pandemia. Il risultato è che qualcosa di simile alla spagnola di inizio ‘900 causerà, nel primo anno, una diminuzione del Prodotto interno lordo globale compresa tra il 3 e il 5 per cento (rispetto all'andamento che ci sarebbe stato in assenza di pandemia). Per capirci, la crisi finanziaria iniziata nel 2008 con il fallimento di Lehman Brothers causò un calo del Pil mondiale dell'1,7 per cento nel primo anno. Questa volta sarebbe quindi più dura, forse molto più dura.

Edoardo Frattola, l'economista dell'Osservatorio che ha seguito lo studio comparato, sostiene che tutto questo “per l’Italia significherà certamente una recessione quest’anno, cioè un tasso di crescita del Pil sotto zero. Di quanto ancora non lo possiamo sapere, ma nell’immediato il colpo sarà molto forte”. Paradossalmente, il fatto che il virus sia molto contagioso e relativamente poco letale non è una buona notizia per l'economia: “Gli studi che abbiamo analizzato -, spiega Frattola, – ci dicono che almeno nel breve periodo un virus molto contagioso ma poco letale è più dannoso per l’economia di un virus molto letale ma poco contagioso, poiché è in grado di generare shock più forti sia nei consumatori sia nelle imprese”.

Le varie ricerche pubblicate negli ultimi anni sul tema ipotizzano, nello scenario peggiore, che tutto si blocchi per 3-4 settimane, non di più. Se è vero che questi studi non tengono in considerazione lo smart working, attraverso cui moltissime aziende continuano ad essere attive, è vero anche che in Cina il blocco produttivo è durato due mesi e non è ancora terminato. Insomma, tutto dipenderà dal tempo necessario per sconfiggere il virus, perché se il fermo in Italia dovesse durare fino a maggio, ad esempio, le cose potrebbero andare anche peggio di quanto immaginato dai vari studi.

L'aspetto positivo è che tutte le ricerche prevedono che il contraccolpo sia forte per alcuni mesi, al massimo per un anno, ma che poi la situazione torni rapidamente alla normalità. Dopo il primo anno di shock “il Pil tende ad essere solo di poco inferiore al livello che avrebbe raggiunto in assenza della pandemia, soprattutto se le perdite umane sono contenute”, precisa Frattola.

Di certo non tutti pagheranno allo stesso modo. Non tutti i Paesi e non tutti i lavoratori. Nel marzo 2007 l'organizzazione Trust for America’s Health ha pubblicato un rapporto in cui stima gli effetti sull'economia americana di una pandemia simile a quella dell'influenza spagnola. Lo studio spiega che i settori più colpiti nel primo anno sarebbero quelli del turismo, della ristorazione e dell'intrattenimento, che vedrebbero calare di quasi l'80 per cento la domanda. Subito dopo c'è il comparto dei trasporti, con in testa le compagnie aeree ma anche le società private che offrono spostamenti in bus o in treno. Il resto dell'economia non subirebbe un colpo altrettanto violento, sebbene il brusco calo del commercio internazionale avrà ricadute su tutti i settori. Manifattura, agricoltura, vendite al dettaglio e costruzioni vedrebbero calare gli ordini del 10 per cento nel giro di un anno. Il settore immobiliare, così come quello dei servizi professionali (dai commercialisti agli avvocati), dell'informazione e delle società che vendono acqua ed energia non subirebbero cali particolari. L'unico comparto che vedrebbe aumentare i suoi affari sarebbe ovviamente quello sanitario.

Le economie di Stati Uniti e Italia non sono facilmente comparabili e comunque – come detto – tutto dipenderà dalla durata della quarantena. Lo studio condotto da Trust for America’s Health dà però delle indicazioni utili per capire come andranno le cose: il blocco degli spostamenti farà malissimo soprattutto a chi lavora nel turismo, nella ristorazione e nella cultura. Settori molto importanti per il nostro Paese, che l'anno scorso è stato il quinto più visitato al mondo. Secondo la Banca d'Italia, alle attività turistiche è direttamente riconducibile oltre il 5 per cento del nostro Pil. E il 6 per cento degli occupati del Paese, pari a quasi 1 milione e mezzo di lavoratori. Numeri che raddoppiano se si considerano anche le ricadute indirette del turismo sull'economia. In Europa ci battono solo Portogallo e Grecia: tutti gli altri dipendono meno di noi dai vacanzieri. Ci eguaglia la Spagna, mentre in Francia e Germania le attività turistiche hanno un peso minore sugli affari. Insomma, così come successo già con la crisi del debito del 2010-2011, anche questa volta ad essere maggiormente colpiti dalla crisi saranno probabilmente i Paesi del Sud Europa, già i più deboli dell'Unione.

Se si va a guardare come andranno le cose nelle singole zone italiane, la tendenza è la stessa. Rischiano di rimetterci soprattutto le regioni più povere, quelle del Sud Italia. Le più dipendenti dal turismo. Inoltre, tra i Paesi europei l'Italia è quello dove sono presenti meno catene internazionali di hotel. Una peculiarità svantaggiosa in un momento come questo, perché riuscirà a resistere all'impatto economico del virus solo chi ha le spalle grosse. Questo almeno se si esclude un intervento massiccio da parte dello Stato. O la possibilità che quest'estate, se il virus sarà stato sconfitto, la stragrande maggioranza degli italiani scelga di fare le vacanze in patria.