Perché Fabrizio De Andrè e Dori Ghezzi furono sequestrati e da chi: la storia del rapimento in Sardegna

La sera del 27 agosto 1979, Fabrizio De André e Dori Ghezzi furono rapiti nella loro villa nei pressi di Tempio Pausania, in Sardegna. La coppia rimase prigioniera per quattro mesi, ospite forzata di dodici banditi legati all’Anonima sequestri sarda, un’organizzazione criminale che in quegli anni aveva moltiplicato i sequestri di persona nell’isola. I rapitori li tennero nascosti alle pendici del Monte Lerno, costringendoli a vivere condizioni traumatiche, incatenati a un albero o coperti da teli di plastica, e limitando la comunicazione tra loro e il mondo esterno.
Il riscatto, pari a circa 550 milioni di lire, fu in gran parte versato dal padre di De André, Giuseppe, che consentì così la liberazione dei due ostaggi: Dori Ghezzi venne rilasciata la sera del 21 dicembre, Fabrizio nella notte del 22. Nonostante la drammatica esperienza, De André mantenne un legame profondo con la Sardegna e, anzi, perdonò i suoi carcerieri, che descrisse come “gentilissimi, quasi materni”.
Della vicenda il cantautore parlò anche artisticamente, trasformando i traumi vissuti nella canzone “Hotel Supramonte”, pubblicata nell'1981, in cui racconta la paura, la monotonia e gli improvvisi momenti di umanità incontrati durante la prigionia. Il sequestro segnò una svolta nella sua poetica e nella sua musica, avvicinandolo ancora di più alla cultura sarda e alla complessità sociale dell’isola.
Il sequestro nella casa in Sardegna ad Agnata
Il 27 agosto 1979 la villa di Fabrizio De André ad Agnata, frazione di Tempio Pausania, in Gallura, era affollata di ospiti durante il giorno, ma quando arrivò la sera tutti se ne erano andati: i genitori di Dori Ghezzi, la sorella, il cognato e amici lasciarono la casa libera. Verso le otto di sera, Fabrizio e Dori rimasero soli. Dopo cena, intorno alle 23, Dori udì dei passi veloci sulle scale. Sapendo che Fabrizio era scalzo, si affacciò al ballatoio per capire chi fosse, e fu allora sorpresa da due uomini armati con il volto coperto da cappucci forati agli occhi. Un terzo bandito puntava un fucile contro il cantautore.
I rapitori li costrinsero a scendere al piano terra, li fecero calzare scarpe chiuse e portarono con loro alcune paia di calze. Li condussero fuori dal retro della casa e li fecero sedere sulla loro auto. Prima di chiudere la porta, uno dei banditi chiese a Fabrizio dove fosse l’interruttore per spegnere le luci del giardino, controllando così che la villa restasse al buio. Quella notte segnò l’inizio di un rapimento studiato nei dettagli: nascosti tra i cespugli, altri uomini osservavano ogni movimento, monitorando attentamente gli spostamenti dei due ostaggi.
Il racconto della prigionia di De Andrè e Ghezzi
Dopo il sequestro del 27 agosto 1979, Fabrizio De André e Dori Ghezzi furono portati alle pendici del Monte Lerno, a Pattada, e per quattro mesi vissero in condizioni di prigionia drammatiche. Incatenati a un albero e talvolta nascosti sotto teli di plastica, affrontarono una quotidianità segnata dalla paura e dall’incertezza. De André ricorderà che nei primi giorni non potevano neppure togliersi i cappucci: il cibo veniva tagliato a pezzettini e imboccato dai rapitori. “È stata un’esperienza tremenda”, disse, “ma che ha lasciato anche segni positivi, come la riscoperta di certi affetti nascosti, per esempio nei confronti di mio fratello Mauro, che si occupò dei negoziati”.
La monotonia della prigionia si fece sentire dopo le prime settimane. Dori Ghezzi raccontò che cercavano di inventarsi giochi stupidi per far passare il tempo e distrarsi dalla paura. Fabrizio, usando le sigarette e i cerini che i rapitori procuravano, riuscì a creare delle carte da gioco. Il dialogo era difficile: i cappucci venivano tolti solo per alcune ore, e la comunicazione tra i due era spesso limitata. Nonostante la privazione della libertà, entrambi riconobbero che i rapitori si comportavano in modo relativamente umano. “Erano gentilissimi, quasi materni”, disse De André. “Avevamo un angelo custode a testa che ci curava e ci raccontava barzellette. Ricordo un episodio in cui uno di loro, ubriaco di grappa, disse che gli dispiaceva soprattutto per Dori”.
Il sequestro non intaccò l’affetto di De André per la Sardegna. Spiegò che i rapitori provenivano dalla Barbagia, una zona in cui la pratica del sequestro era antica, mentre il Gallurese, dove viveva lui, era molto più continentalizzato. La distinzione tra i due mondi spiegava anche la loro percezione della violenza: “Quelli che ci hanno rapito credevano che togliere la libertà agli altri fosse un privilegio, ma non aveva nulla a che fare con noi personalmente”.

Chi erano i rapitori e che riscatto chiedevano
I rapitori di Fabrizio De André e Dori Ghezzi appartenevano all’Anonima sequestri sarda, un gruppo di banditi che operava nell’isola tra gli anni ’60 e ’80. Si trattava in gran parte di pastori provenienti dal centro della Sardegna, in particolare dalla Barbagia, dove la pratica dei sequestri era radicata da secoli. La realtà delle loro azioni non era né casuale né motivata dalla povertà: i sequestri rappresentavano un modo rapido ed efficace per accumulare denaro, molto più redditizio dei tradizionali furti di greggi.
Il rapimento richiedeva un’organizzazione precisa. I banditi controllavano i movimenti delle vittime, pianificavano l’ostaggio da catturare e gestivano ogni fase del rapimento con attenzione: dalla custodia alla trattativa per il riscatto, fino al rilascio. Nel caso di De André e Ghezzi, furono coinvolti almeno dodici uomini, coordinati e capaci di garantire la sicurezza dei prigionieri fino alla consegna del denaro.
Il riscatto richiesto ammontava a circa 550 milioni di lire, una cifra in parte versata dal padre di De André, Giuseppe. La somma non era solo un pagamento economico: i rapitori giustificavano le loro azioni come una lezione di vita, affermando che i soldi servivano anche a mandare i figli a scuola. La gestione del denaro rifletteva l’abilità dei sequestratori nel riciclare e investire il denaro, pur restando in gran parte ancorati a modalità pastorali e locali.
Nonostante l’apparente crudeltà dell’atto, De André riconobbe la complessità umana dei suoi carcerieri: attenti alle necessità di Dori e a volte sinceramente dispiaciuti per la situazione. Tuttavia, la rete più ampia dietro il rapimento comprendeva figure esterne alla vita pastorale, professionisti e mediatori che permettevano il funzionamento dell’intero meccanismo criminale, assicurando che i riscatti fossero raccolti e trasferiti senza rischi.
La liberazione di Fabrizio De Andrè e Dori Ghezzi
Dopo quattro mesi di prigionia, la liberazione di Fabrizio De André e Dori Ghezzi arrivò alla Vigilia di Natale del 1979, segnando la fine di un incubo che aveva catturato l’attenzione dell’Italia intera. Il rilascio avvenne in due momenti distinti: Dori fu liberata la sera del 21 dicembre, poco prima delle undici, mentre Fabrizio fu rilasciato poche ore dopo, alle due della notte del 22.
La ritrovata libertà fu il risultato di una complessa trattativa condotta dai mediatori e da familiari, che garantì il pagamento del riscatto senza incidenti. La prigionia, benché durata mesi, aveva costretto i rapitori a gestire con attenzione ogni fase della detenzione, evitando danni gravi ai due ostaggi. Nonostante il terrore e le difficoltà vissute, la coppia ricordò anche attimi di umanità da parte di alcuni sequestratori, che cercavano di alleviare le tensioni e di assicurarsi che fossero sopravvissuti senza traumi fisici permanenti.
La liberazione permise a De André di confrontarsi con quanto accaduto e di elaborare l’esperienza anche dal punto di vista artistico. Nacque così ne “Hotel Supramonte”, brano (contenuto nell'album Fabrizio De André, noto anche come L'Indiano del 1981) in cui rielaborò la tensione, la paura e le incertezze provate durante quei mesi. Ma oltre all’aspetto artistico, la liberazione rafforzò in lui un legame profondo con la Sardegna, nonostante tutto: il cantautore decise di restare sull’isola, conservando per sempre un sentimento di perdono verso i banditi che lo avevano tenuto prigioniero.
Che fine hanno fanno i sequestratori
I dodici uomini che avevano rapito Fabrizio De André e Dori Ghezzi furono tutti arrestati e condannati in via definitiva nel novembre del 1985. Si trattava soprattutto di pastori e locali legati all’Anonima sequestri.
Il cantautore genovese e suo padre scelsero di non citare in giudizio gli esecutori materiali del sequestro, concentrandosi invece, in primo grado, sui capi della banda: tra loro figuravano un veterinario toscano e un assessore comunale sardo del PCI, che durante la prigionia intratteneva occasionali conversazioni politiche con il cantautore. Paradossalmente, questi vertici ricevettero pene più lievi rispetto agli uomini che avevano materialmente compiuto il rapimento, grazie alla legge sulla “collaborazione di giustizia”.
La vicenda segnò un momento simbolico nella lotta ai sequestri nell’isola, dimostrando che bande criminali radicate nel territorio potevano essere smantellate. Pur riconoscendo la gravità del crimine, De André non nutrì rancore verso i carcerieri (nei confronti di uno loro spinse anche per la grazia all'allora Capo dello Stato, Francesco Cossiga) , mentre il peso della giustizia si abbatté in modo più severo su chi materialmente aveva eseguito il rapimento, confermando la complessità di un fenomeno che intrecciava criminalità locale, potere e leggi italiane.