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Neonata rapita in ospedale e ritrovata a Cosenza

Per i periti Rosa Vespa era capace di intendere e volere quando rapì la neonata Sofia a Cosenza

I periti nominati dal gup hanno confermato che la 52enne Rosa Vespa era capace di intendere e di volere quando, il 21 gennaio 2025, rapì la neonata Sofia dalla clinica “Sacro Cuore” di Cosenza. La gravidanza simulata sarebbe stata una messinscena consapevole, non frutto di un raptus psicotico. Sentenza attesa per il 25 marzo.
A cura di Biagio Chiariello
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Rosa Vespa col marito
Rosa Vespa col marito
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Nell’aula 16 del tribunale di Cosenza si è tornati a parlare del rapimento della piccola Sofia, la neonata di appena un giorno portata via la sera del 21 gennaio 2025 dalla clinica “Sacro Cuore”. Al centro dell’udienza preliminare davanti al gup Letizia Benigno, la perizia psichiatrica su Rosa Vespa, 52 anni, imputata per sequestro di persona aggravato.

I consulenti nominati dal giudice hanno confermato le conclusioni già depositate in una relazione di oltre cento pagine: al momento dei fatti la donna era capace di intendere e di volere. Una valutazione che, pur evidenziando diverse fragilità sul piano personale, esclude l’incapacità al momento del rapimento. In altre parole, scrivono i professionisti, la scelta di Vespa non "è riconducibile a un raptus né a uno stato di scompenso psicotico acuto (…) si ritiene fosse capace di comprendere il significato e le conseguenze delle proprie azioni". Questo il motivo per cui la difesa, rappresentata dagli avvocati Gianluca Garritano e Teresa Gallucci, ha scelto il rito abbreviato. Le parti civili sono assistite, tra gli altri, dai legali Paolo Pisani, Chiara Penna, Natasha Gardi e Giorgio Loccisano. La prossima udienza è fissata per il 25 marzo, quando sono attese requisitoria e sentenza.

Secondo la ricostruzione della Squadra Mobile, Vespa avrebbe inscenato per mesi una gravidanza, sfruttando anche la propria corporatura. Ai familiari avrebbe raccontato di aver partorito da sola, evitando poi di mostrare il neonato con una serie di giustificazioni. Nei giorni precedenti al sequestro avrebbe soggiornato in un albergo cittadino, inviando ai parenti messaggi e selfie per sostenere la nascita del bambino, che chiamava “Ansel”.

La sera del 21 gennaio si fece accompagnare dal marito, Moses Omogo, la cui posizione è stata stralciata e potrebbe essere archiviata, davanti alla clinica. Una volta all’interno, fingendosi infermiera, riuscì ad avvicinare la madre della piccola e ad allontanarsi con la neonata. Le telecamere ripresero la coppia mentre lasciava la struttura in auto: immagini decisive per consentire agli agenti di rintracciarli in breve tempo.

Quando la polizia entrò nell’abitazione, trovò la donna, il marito e alcuni parenti intenti a festeggiare l’arrivo del presunto figlio. Sofia era stata vestita con una tutina azzurra e presentata come “Natan”. La bambina fu subito restituita alla madre.

Durante l’udienza odierna, i periti hanno inoltre sottolineato che le attuali condizioni psico-fisiche dell’imputata richiederebbero un percorso terapeutico in una struttura specializzata per almeno quattro o cinque anni. Un elemento che non incide sulla valutazione della sua responsabilità al momento dei fatti, ma che entrerà nel quadro complessivo che il giudice dovrà valutare.

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