La Procura di Macerata ha chiesto alla Corte d'assise di condannare all’ergastolo Innocent Oseghale, il pusher nigeriano accusato di aver stuprato, ucciso e smembrato il corpo di Pamela Mastropietro, la diciottenne romana trovata fatta a pezzi in due trolley nel gennaio 2018 nella provincia di Macerata. Oltre all'ergastolo, il procuratore Giovanni Giorgio ha sollecitato un aggravamento di pena di nove anni e tre mesi per il depezzamento e l'occultamento del cadavere della ragazza, l'applicazione dell'isolamento diurno per 18 mesi e l'espulsione dal territorio nazionale dopo l'espiazione della pena. Oseghale, difeso dagli avvocati Simone Matraxia e Umberto Gramenzi, era in aula al momento della richiesta di pena. Secondo l'accusa, al nigeriano non deve essere concessa alcuna attenuante: per il procuratore Oseghale ha fatto ammissioni "irrilevanti" e ha reso "mendaci dichiarazioni" accusando falsamente connazionali di complicità. Nella requisitoria davanti alla Corte di Assise il pm ha ricostruito la dinamica della morte di Pamela, avvenuta, come ha spiegato, non per overdose, ma perché la giovane aveva tentato di scappare da Oseghale, che la teneva segregata.

Lo zio-avvocato di Pamela: “Siamo soddisfatti, Pamela era una di noi” – “La richiesta di pena è quella massima, ergastolo con isolamento diurno e a scalare tutte le altre ipotesi. È quella che ci aspettavamo, siamo soddisfatti e anche noi ci assoceremo doverosamente a questa richiesta”, ha detto da parte sua l'avvocato Marco Valerio Verni, legale della famiglia di Pamela Mastropietro e zio della ragazza uccisa. “Pamela era una di noi, poteva essere la figlia, l'amica, la conoscente di ognuno di voi”, ha aggiunto Verni nel corso dell'udienza davanti alla Corte di Assise di Macerata. L'avvocato ha voluto innanzitutto descrivere alla Corte la giovane romana, così diversa dal ritratto a volte emerso dopo la sua morte. “Non era una ragazza cresciuta allo sbando, senza valori di riferimento, non era una tossica”, ha detto sottolineando che Pamela Mastropietro, "caduta nella trappola mortale della droga" era affetta da "disturbo della personalità borderline". "Quelle immagini le avete viste voi signori della Corte e vi prego di tenerle a mente quando in camera di consiglio sarete chiamati a emettere la vostra sentenza", l’appello dell’avvocato, che ha sottolineato di aver deciso di non mostrare di nuovo le foto del modo orribile in cui fu ridotto il corpo della diciottenne rispettando anche la scelta della Corte che chiuse l'udienza al pubblico quando le foto furono mostrate, anche se "nessuna narrazione – ha detto ancora Verni – può equiparare la visione di quelle immagini".