“Paga o la mafia ucciderà tuo figlio”: cede alle minacce dei vicini di casa e consegna 75mila

Lettere minatorie, chiamate nel cuore della notte e messaggi. Tutti avevano la stessa firma: era il "presidente della mafia" che chiedeva soldi, l'incubo di una 70enne che dopo anni di abusi ha trovato il coraggio di denunciare. La vicenda inizia a Torino nel 2022 con una buona azione: la donna dà il bancomat ai vicini di casa, amici di vecchia data, per aiutarli a superare un periodo di difficoltà economica. Poco dopo però si accorge che i soldi venivano utilizzati per spese personali e quindi protesta e ne chiede la restituzione.
A quel punto, come ricostruisce il Corriere, sarebbe iniziato il raggiro: "Sei stata venduta alla mafia". I vicini, coetanei della donna, le avrebbero fatto credere di essere stata "venduta" alla criminalità organizzata e se non avesse continuato a pagare suo figlio sarebbe stato ucciso. Da lì inizia un incubo nel corso del quale la donna consegna tutti i suoi risparmi: 70mila euro.
Lo fa sia tramite bonifici che con uno stratagemma pensato per consegnare i contanti senza insospettire il proprio figlio: inserire i soldi all'interno di una busta per poi calarla con una corda dal suo balcone a quello dei vicini. Si tratta di uno degli elementi emersi durante il processo che vede imputati i vicini, il loro figlio 43enne, la compagna di lui e un altro amico.
La vittima ha raccontato di aver dormito con l'auricolare nelle orecchie per rispondere alle richieste di soldi che arrivavano anche a notte fonda, e di essere stata costretta a indebitarsi fino a restare senza soldi e beni. Per fare fronte a queste richieste, passate da poche centinaia di euro a bonifici da 11 mila, ha venduto l'oro, dilapidato il proprio Tfr e chiesto prestiti alle amiche. Alla fine, stremata dalle richieste economiche, ha lasciato la sua Torino per andare a fare la badante in casa della madre di un'amica.
Alla fine il figlio della vittima si è accorto che il conto della madre aveva un ammanco considerevole e ha subito sporto querela. Da lì è iniziata la ricostruzione degli inquirenti che oltre a varie lettere che contribuirebbero a suffragare l'ipotesi del raggiro, hanno rinvenuto anche una missiva firmata dal "presidente della mafia". Adesso la vicenda è finita nelle mani della giustizia torinese.