Ci sono un sacco di persone nel mondo per le quali la possibilità o meno di fumare cannabis incide non poco sulla scelta della prossima meta di viaggio. Per un fumatore abituale infatti può essere spiacevole sia l’andare in un posto dove si trova erba di bassa qualità a prezzi esorbitanti, sia il rischiare l’arresto e tutti i problemi che ne conseguono per il solo fatto di aver voluto allietare il proprio tempo lontano da casa con qualche joint.

Nonostante la rivoluzione verde stia ormai contagiando paesi di tutte le latitudini, con le legalizzazioni di Uruguay, USA e Canada che stanno portando sempre più stati a proporre leggi che vadano in questa direzione, l’atteggiamento nei confronti degli stupefacenti e della cannabis in particolare è ancora molto rigido in diversi paesi del mondo. E quindi, prima dii stabilire la prossima destinazione, può essere utile avere una panoramica chiara dei paesi in cui è davvero meglio evitare avere problemi relativi alla pianta delle meraviglie.

Emirati Arabi Uniti

Negli Emirati Arabi Uniti chi volesse fumare cannabis deve fare molta attenzione. Nonostante l’esplosione turistica nel paese che vede Dubai tra le mete più gettonate, la tolleranza nei confronti della sostanza è molto bassa. Anche il solo avere tracce nel proprio organismo di un consumo precedente, può essere paragonato al possesso personale, che viene punito con un minimo di 4 anni di carcere o una multa di 2700 dollari. Nel 2008 veva fatto il giro del mondo la storia di Keith Brown, un cittadino britannico che fu condannato a 4 anni di carcere dopo che i funzionari della dogana trovarono uno 0,003 grammi di cannabis attaccati alla sua scarpa.

Singapore

La città-stato nota per la sua rigidità, non si smentisce nemmeno riguardo alle politiche sulla cannabis. Il possesso di cannabis può portare a un massimo di 10 anni di carcere o a una multa di 20mila dollari. Avendo con sé più di 500 grammi, l’accusa può diventare spaccio, il che significa che la punizione va dalla fustigazione alla pena di morte, passando per l’ergastolo. Dopo la legalizzazione in Canada era stato diffuso un annuncio sottolineando che i funzionari di Singapore possono richiedere un test antidroga all'ingresso nel Paese. Se il test è positivo, si può essere arrestati e perseguiti, anche se la sostanza non è stata consumata a Singapore.

Indonesia

Popolare in tutto il mondo per le sue spiagge e i suoi templi, con città come Bali che attirano milioni di turisti ogni anno, l’Indonesia è sicuramente uno di questi posti in cui è meglio non attirare attenzione se si fa uso di cannabis, onde evitare la prigione per piccole quantità o l’ergastolo e la pena di morte se la spaccio è di grandi quantitativi. La cannabis qui è assimilata all’eroina e anche con un quantitativo per uso personale si rischiano fino a 4 anni di carcere o di riabilitazione obbligatoria. Secondo il Transnational Institute nel paese vengono condannate più di 25 persone al giorno per reati connessi alla cannabis, anche i consumatori possono essere accusati di spaccio e corrompere le forze dell’ordine per non essere arrestati è una possibilità concreta.

Cina

La Cina punisce severamente chi viene sorpreso a contrabbandare o a trafficare droga, compresi gli stranieri. Chiunque venga trovato con più di 50 grammi di una sostanza controllata può essere condannato alla pena di morte.
Negli ultimi anni la Cina ha intensificato gli sforzi per combattere la vendita di droghe illegali. Le autorità delle principali città, tra cui Pechino, sono note per effettuare test antidroga a campione nei bar e nei locali notturni nel tentativo di reprimere l'uso di droghe a scopo ricreativo. Il principale organo di Pechino per l'applicazione della legge sulla droga ha accusato la legalizzazione della marijuana in Canada e negli Stati Uniti di un aumento della quantità di droga contrabbandata nel paese, descrivendola come una "nuova minaccia per la Cina".

Arabia Saudita

In Arabia Saudita l’uso di stupefacenti è punito con lunghe pene detentive, deportazione e fustigazioni pubbliche che vengono decise caso per caso seguendo la legge islamica. Il traffico di sostanze invece è punito con la pena di morte, che può avvenire per decapitazione, impiccagione o fucilazione.

Iran

L’Iran non è particolarmente accogliente nei confronti di chi usa o traffica cannabis, anche se nel 2017 le leggi si sono ammorbidite. Nell'ottobre 2017 il paese ha approvato un disegno di legge parlamentare che ha aumentato i quantitativi minimi necessari affinché i reati di siano punibili con la pena di morte. La soglia per la pena capitale della produzione e del traffico di sostanze naturali (bhang, succo di canapa indiana, erba, oppio e succo d'oppio, residui) è stato portato da cinque a 50 chilogrammi; mentre la quantità rilevante di sostanze trasformate (eroina, morfina, cocaina e altri derivati chimici della morfina o della cocaina), una volta 30 grammi, è ora di due chilogrammi. Il procuratore Mohammad Baqer Olfat, aveva dichiarato: "La verità è che l'esecuzione dei trafficanti di droga non ha avuto alcun effetto deterrente".

Vietnam

Anche in Vietnam fino a poco tempo fa era possibile essere condannati a morte per il possesso di cannabis. Nel 2015 però ha adottato un codice penale modificato in cui la pena di morte è stata abolita per otto reati, tra cui il possesso di stupefacenti. Altri reati in materia di droga, come la fabbricazione, il trasporto e il traffico di specifiche sostanze controllate, sono ancora punibili con la pena di morte.

Malesia

Un altro dei posti peggiori in cui essere arrestati per possesso di cannabis è la Malesia. Nel paese è stata proposta la depenalizzazione del consumo di cannabis ma ad oggi il possesso è ancora illegale e punibile con almeno cinque anni di carcere se si viene trovati in possesso di 50 grammi o più e coltivare anche solo una pianta d'erba può significare l'ergastolo. Una riforma entrata in vigore nel marzo 2018 ha eliminato l’obbligatorietà della pena di morte per il traffico di stupefacenti.

Thailandia

Nel paese si sta assistendo a una normalizzazione della cannabis dopo la legalizzazione a scopo medico arrivata nel 2018. Un passo avanti straordinario, soprattutto se si pensa alle conseguenze della guerra alla droga che era stata lanciata nel paese nel 2003 e che aveva portato a migliaia di morti. Era il 2005 quando il Comitato per i diritti umani dell'ONU ha sollevato serie preoccupazioni riguardo al "numero straordinariamente elevato di uccisioni" che ha avuto luogo durante la "guerra" e ha raccomandato di intraprendere indagini approfondite e indipendenti.
Ad ogni modo la pena per il possesso di piccole quantità è fino a un anno di prigione e/o una multa di 320 dollari, salendo fino a un massimo di cinque anni di prigione per possesso di 10 kg di erba. Nel 2017 per cercare di risolvere il sovraffollamento delle carceri è stata modificata la legge sugli stupefacenti, con l'effetto di abolire la pena di morte per la vendita di droghe. La stessa riforma ha anche ampliato le opportunità di difesa legale. Prima della modifica ogni persona in possesso di determinate quantità di droghe controllate veniva automaticamente processata; ora l’imputazione è confutabile presentando prove adeguate.

Giappone

Il Giappone è così severo sull'erba che quando il Canada l'ha legalizzata nel 2018, il governo giapponese ha avvertito i suoi cittadini all'estero di stare lontani dai dispensari di cannabis onde evitare di subirne le conseguenze al loro ritorno in patria. Secondo il Cannabis Control Act del Giappone, il possesso di erba, che nel paese può costare fino a più di 50 euro al grammo, può portare fino a cinque anni di prigione, o sette se c'è un sospetto intento di lucro, e una potenziale multa fino a 18mila dollari. Le pene detentive per la coltivazione, vendita e trasporto di erba sono di sette anni, o fino a dieci se c'è l'intenzione di trarne profitto, e una potenziale multa fino a 27mila dollari.

Stati Uniti

Nonostante la rivoluzione verde abbia ormai portato 11 paesi a legalizzare la cannabis ricreativa e 33 quella medica, in America a livello federale rimane illegale e quindi può significare un problema. Se ad esempio stai entrando negli Stati Uniti, anche il solo ammettere di aver consumato erba nella tua vita può farti bandire a vita dal paese, cosa che potrebbe accadere anche se i funzionari delle dogane dovessero trovarti della cannabis addosso. L’estate scorsa diversi media avevano raccontato la storia di una donna cilena che ha ricevuto un bando a vita perché in dogana erano state trovate sul suo telefono delle foto durante una visita ad un dispensario di cannabis a Denver.
Senza dimenticare che in molti stati è ancora illegale. Ad esempio in Sud Dakota il possesso anche di una piccola quantità di marijuana comporta una potenziale pena di un anno di prigione e una multa di 2mila dollari. La detenzione di hashish o estratti è considerata è punibile fino a cinque anni di prigione e una multa fino a 10mila dollari. Le pene possono essere inflitte anche se una persona risulta semplicemente positiva al test.

L’Harm reduction Journal monitora dal 2007 l’uso della pena di morte nel mondo per reati connessi agli stupefacenti. In uno studio pubblicato ad inizio 2019 fanno il punto della situazione spiegando che: “i reati connessi agli stupefacenti sono punibili con la morte in almeno 35 paesi e territori in tutto il mondo. Il numero totale di esecuzioni confermate per reati connessi agli stupefacenti (esclusa la Cina che secreta il numero e compresi dati molto limitati dal Vietnam) tra il 2008 e il 2018 è di 4.366 (di cui 3.975 nel solo Iran)”. Secondo la pubblicazione nel 2018 sono state giustiziate almeno 91 persone per reati legati alla droga (esclusi Cina e Vietnam). Oltre 7mila persone sono attualmente nel braccio della morte per reati connessi agli stupefacenti a livello globale e 13 Paesi hanno condannato a morte almeno 149 persone per reati di droga non violenti nel 2018. Una parte significativa delle persone condannate è costituita da cittadini stranieri.

Gli autori concludono scrivendo che: “In passato la pena di morte è stata sempre più utilizzata da alcuni Stati come elemento chiave delle strategie repressive volte a ridurre il consumo di droga e/o il traffico di droga. Spesso tali strategie sono radicate nel pregiudizio, nella paura, nell'intimidazione e nella violenza, piuttosto che in prove empiriche e scientifiche. Migliaia di persone continuano ad essere condannate a morte per reati di droga non violenti in tutto il mondo, e subiscono dure condizioni di detenzione, a volte per decenni, in una paralizzante incertezza sul loro futuro”.