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Opinioni
27 Aprile 2022
16:30

No, non siamo più disposti a sacrificare la nostra vita per il lavoro

Dalle grandi dimissioni ai giovani tacciati di snobismo e mancato sacrificio, il mondo del lavoro si trova dinanzi alla necessità di grandi cambiamenti dettati dalla voglia di un futuro meno precario e dall’esigenza di tutele e garanzie alla base delle richieste di un’intera generazione.
A cura di Chiara Ammendola
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C’è una retorica pericolosa che riguarda il mondo del lavoro che vuole i giovani disinteressati al proprio futuro, incapaci di fare sacrifici e soprattutto non disposti a lavorare. La stessa retorica che ha accompagnato la generazione di quelli che oggi sono alle porte dei 40 anni o li hanno da poco superati e che hanno ascoltato con rispetto e speranza il racconto di chi ha parlato per anni di studio, sacrificio, competizione, mondo del lavoro in cambiamento e soprattutto crisi economica.

Uno storytelling che ha giustificato, e questo riguarda chiunque abbia iniziato a lavorare circa 10/15 anni, stage gratuiti, contratti di lavoro inesistenti e tutele non pervenute. Insomma la generazione cresciuta a pane e “non avrete mai una pensione”, “niente vi viene regalato” e “il mondo del lavoro è competitivo”. Di fatto lo specchio di quello che i giovani vedono oggi nel loro futuro e per il quale (come dargli torto?) non sono disposti a fare i sacrifici che il mondo del lavoro richiede. Mondo del lavoro rappresentato da quegli imprenditori che no, non hanno avuto la strada spianata, ma sono cresciuti con quelle possibilità che la crisi ha spazzato via ripercuotendosi con violenza sulle vite di tutti che, già provate, sono state messe in crisi da una pandemia.

Ed è vero, lo confermano gli studi, lo confermano fenomeni economici di cui si dibatte tanto come quello delle “grandi dimissioni”: questi due anni di Covid per molti sono stati come un’epifania, che però non è accorsa ai giovani, gli stessi che giustamente vogliono uno stipendio adeguato, garanzie sul proprio futuro e il diritto a una vita che non sia sopravvivenza e sacrifici, ma alla generazione degli under 40, quella di chi ha rinunciato a tutto pur di ritagliarsi una fetta di lavoro che non fosse precario. Quel lavoro che a qualcuno è arrivato dopo tante, troppe rinunce, e che invece per qualcun altro è rimasto una chimera, nonostante le tante, troppe rinunce. Nessun giro di boa, ma solo la consapevolezza che no, la nostra vita non è il nostro lavoro e non ha nulla a che fare con la passione e il sacrificio e l’idea di self-made man (o woman) che si costruisce da sé e riesce a raggiungere l’obiettivo.

Semplicemente c'è una generazione che ha rimesso in discussione l’idea di lavoro, di come dovrebbe essere, di come non solo i dipendenti ma soprattutto gli imprenditori e lo stato con le sue mancate tutele, dovrebbero intendere e di conseguenza offrire. No, noi under 40 non siamo disposti a sacrificare la nostra vita per il lavoro, e non perché il Covid ci ha messo dinanzi a una crisi mistica che passerà tra qualche tempo come quella di chi compie 50 anni e realizza che la gioventù è ormai passata, ma perché alle prossime generazioni non vogliamo raccontare di un lavoro che si costruisce su stage gratuiti e paghe inadeguate, ma vogliamo lottare con loro per uno stato in cui il lavoro sia un diritto garantito, sia soprattutto dignità.

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