Il campo di Lipa, in Bosnia Erzegovina, quando nevica è una distesa bianca in mezzo alle montagne. È costruito su un altipiano, doveva essere una soluzione temporanea, e per arrivarci da Bihac, la città grande più vicina, ci sono circa quaranta minuti di macchina che, a volte, si fanno a passo d'uomo per la neve che intralcia la strada. Ci sono 900 persone nelle tende, migranti nella parte finale della rotta balcanica, e dalla fine di dicembre, quando Lipa è stato incendiato, la situazione è perfino peggiorata. Cosa sia successo nella settimana di Natale 2020 non è ben chiaro: le condizioni climatiche proibitive spingono l'Iom (Internazional organization for migrations), che all'epoca gestisce il posto, a sgomberare per trovare un luogo più idoneo. Da tempo si discute del Bira, un centro proprio a Bihac, al chiuso. Ma le proteste della popolazione locale hanno irrigidito le autorità, che di Bira smettono di parlare.

Ma a Lipa fa troppo freddo e l'Iom decide di andare via. Durante lo sgombero qualcosa va storto: il campo brucia. "Qualunque cosa sia successa, il messaggio di quell'incendio era chiaro: quello non era un posto in cui qualcuno sarebbe dovuto tornare", spiega Daniele Bombardi, che per la Caritas italiana segue le attività din Bosnia. Il proposito, però, viene disatteso. In mancanza di alternative, con il centro di accoglienza di Bira fuori dai giochi per le proteste dei cittadini, il campo di Lipa viene rimesso in piedi.

Ad accogliere chi ci arriva oggi – la gestione è passata alle autorità bosniache – sono gli scheletri bruciati delle costruzioni e dei letti a castello, ai lati di un sentiero costruito col filo spinato. Ci sono due decine di bagni chimici, non c'è acqua calda per lavarsi, non tutti hanno a disposizione scarpe e indumenti adatti. Al centro del campo c'è il tendone della Croce rossa sotto al quale vengono distribuiti pasti e coperte. La coda è ordinata ma lunga. In ciascuna tenda militare trovano posto una trentina di persone e l'unica fonte di riscaldamento è una stufa a benzina tenuta all'ingresso perché fa troppo rumore e rende l'aria, già pesante, irrespirabile.

"In questo posto noi stiamo in vita, ma non viviamo. La prigione è meglio". A parlare è un ragazzo pakistano, che sogna di arrivare in Francia per fare l'interprete. Non vuole essere ripreso in viso perché teme che le immagini arrivino alla sua famiglia e teme di farsi la fama dell'agitatore nel campo di Lipa, ne deriverebbero dei problemi. Le forze dell'ordine bosniache osservano a distanza ogni intervista, nel campo il tempo è contato. "Qui siamo trattati come animali – dicono in molti – Non abbiamo acqua calda né energia elettrica né pasti veri". Nella busta che hanno fatto la fila per avere, c'è una scatoletta di pollo. Per scongelarlo, lo infilzano nel fil di ferro e lo scaldano di fronte alle stufe a benzina. "Tornare a casa? Certo che vorremmo tornare a casa – risponde un ragazzo di 23 anni – Ma ormai abbiamo speso troppi soldi. Cinque, seimila euro solo per arrivare in Bosnia". E ancora la destinazione è lontana. Hanno usato tutto quello che avevano per tentare il viaggio: se vanno avanti, almeno, c'è la possibilità di un nuovo futuro. Se tornano indietro, è il passato che ritorna. "Non abbiamo più soldi". E, "inshallah", prima o poi il game lo vinceranno.