Il pentito Andrea Mantella
in foto: Il pentito Andrea Mantella

Mafioso e omosessuale. Praticamente un ossimoro per la ‘Ndrangheta. Per questo motivo Filippo Gangitano, killer e picciotto dei Lo Bianco di Vibo Valentia , nel 2002 è stato ucciso e sepolto in una tomba senza nome. A far luce su un mistero durato diciassette anni è stato Andrea Mantella, oggi pentito: all’epoca “astro nascente” del crimine vibonese, con le sue rivelazioni ha aperto la strada all'inchiesta "Rinascita-Scott" che giovedì 19 dicembre ha decapitato i clan locali.

A decidere che Gangitano doveva morire sarebbero stati Carmelo Lo Bianco alias “Piccinni”, capo storico della “famiglia”, ed Enzo Barba, alias “Il musichiere”, altro pezzo da novanta.

“Questo omicidio – racconta Mantella – è stato commesso quando io ero semilibero e lui era andato a convivere con un ragazzo a casa dei propri genitori, per questo si è saputo che era gay. Francesco Scrugli(ucciso nel 2012, ndr)era stato contattato da Carmelo LoBianco il capo, il quale gli disse che un nostro “saggio compagno” era gay e che questa cosa nella ‘ndrangheta non poteva essere tollerata; Scrugli gli disse che sarebbe venuto da me che ero anche suo cugino e mi disse questa cosa”.

Barba e Lo Bianco danno appuntamento, tramite Scrugli, ad Andrea Mantella. Il giorno seguente si incontrano nel retrobottega di un negozio: "Mi dissero che effettivamente mio cugino era gay; dissero che Vibo era piena e lo sapevano tutti. Io a quel punto cercai di risolvere la situazione facendolo cacciare, ma tutti e due mi dissero che queste cose “non devono esistere”, che “noi dobbiamo dare conto a San Luca” e non ci potevamo permettere di avere o di aver avuto un gay nella cosca. Tutti e due sostenevano la stessa cosa, anche se ad insistere di più era Lo Bianco".

Gli fecero capire chiaramente che Gangitano "doveva essere ammazzato". Secondo "le regole della malandrineria", l'esecuzione spettava proprio a Mantella perché suo cugino. Ma lo stesso non ne era affatto convinto, ed avrebbe cercato di intercedere anche presso Paolino Lo Bianco, figlio di don Carmelo. La situazione andava definita presto perché "entro la fine del mese si sarebbe riunita la società maggiore". E ancora Mantella si sarebbe rivolto anche ad un altro maggiorente del clan, Filippo Catania. "Gli chiesi di aiutarmi a farlo diventare ‘uomo di merda', togliendogli la carica di camorrista, ma anche con lui non ci fu nulla da fare". Niente da fare. "Il terzo ed ultimo tentativo lo feci presso lo stesso negozio, sempre con Enzo Barba ‘Il musichiere' e Carmelo Lo Bianco". Ma la sentenza è irrevocabile.

Ucciso e messo nei sacchi per il mangime

"Decisi di ingannare mio fratello Nazareno, chiedendogli di accompagnare Gangitano alla masseria di mio padre". Il cugino, infatti, sapeva delle voci che circolavano a Vibo e temeva che gli potesse capitare qualcosa. Andrea Mantella si rivolge dunque al fratello Nazzareno, che alla fine si convince a portarlo alla masseria del padre "pensando davvero che si sarebbe trattato solo di un chiarimento".

Mio fratello lo lasciò nel piazzale della masseria e li lo sparò Scruglisul posto c’era anche l’altro mio fratello Domenico che, quasi piangendo, su incarico di Scrugli, sebbene ignari dell’omicidio, gli diedero una mano a sotterrare Gangitano, dopo averlo messo nei sacchi del mangime; nel posto dove lo hanno seppellito ora hanno fatto una strada. Il fatto è avvenuto di sabato perché la domenica dovevamo fare il pranzo; da allora i miei fratelli non mi parlano più".

Quel giorno Mantella ha perso un cugino e due fratelli "che da allora non mi parlano più". Quello di Filippo Gangitano è stato l’ultimo omicidio commesso da Mantella per la cosca Lo Bianco. "Enzo Barba e Carmelo Lo Bianco erano contenti, perché non potevamo avere un gay nella cosca". Per questo delitto risultano indagati a piede libero Vincenzo Barba, Filippo Catania e Paolino Lo Bianco: secondo il giudice "le dichiarazioni riportate, dettagliate, precise, logiche, rese da un collaboratore sul quale più volte – e anche in diversi processi – è stato espresso un giudizio di credibilità soggettiva", non sono sufficienti a raggiungere la soglia della gravità indiziaria mancando «riscontri esterni individualizzanti alle pur puntuali dichiarazioni del pentito".