"Per lui questi anni di silenzio sono stati come una gabbia, una prigione. Ora finalmente ha detto la verità ed è in pace con la sua coscienza". Sono queste le parole di Eugenio Pini, l'avvocato che assiste Francesco Tedesco, il supertestimone del processo bis per la morte di Stefano Cucchi, all'indomani delle dichiarazioni rese dal carabiniere in aula davanti alla Corte d'Assise, dopo che già lo scorso luglio aveva deciso di confessare il pestaggio mortale ad opera dei suoi due colleghi Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro e per il quale anche lui è imputato in Tribunale per omicidio preterintenzionale. "Sono stati nove anni di silenzio, un muro inaccettabile. Chiedo scusa alla famiglia Cucchi e agli agenti della penitenziaria imputati nel primo processo", ha detto davanti ai giudici ricostruendo tutto ciò che era successo nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009.

Tra i vari punti trattati, Tedesco parla anche di un documento sparito. "Il contenuto della dichiarazione che ha rilasciato davanti alla Corte d'Assise – sottolinea il legale del carabiniere a Fanpage.it -, coerente con quelle che fece in procura, fa riferimento ad una annotazione di servizio, che è un atto che le forze dell'ordine utilizzano per interloquire con l'autorità giudiziaria, per fare una denuncia. Questo documento è sparito nel senso che lui rappresentò i fatti che si erano verificati quella notte e li protocollò. Ma qualche giorno dopo, facendo un altro atto, si rese conto che non c'era più traccia di quella annotazione che aveva fatto". Non solo. "Dal suo raconto – continua Pini – si capisce come un'intera stazione dei carabinieri, compreso il comandante, fosse impegnata a negare. Tanto è vero che lui riferisce che proprio il comandante gli ha detto: Se vuoi continuare a fare il carabiniere devi seguire la via dell'Arma, cioè devi dire che non è successo nulla e che Stefano Cucchi stava bene".

Numerose le pressioni a cui Tedesco è stato sottoposto: "Ha anche subito minacce dirette – continua l'avvocato -. Era spaventato dal fatto che dormiva con uno dei carabinieri che aveva partecipato al pestaggio, quindi persone armate. Aveva paura. È stata una vera e propria gabbia, una prigione per lui. Durante i primi anni, dal 2009 al 2015, non aveva mai parlato con nessuno di quello che successe quella notte. Poi, proprio nel 2015, qualcosa cambiò. Tanto è vero che quando decise di farsi assistere da me, mi disse già al primo appuntamento nel quale parlammo del processo quello che ha riferito prima alla Procura e poi al Tribunale, alla Corte di Assise. Quindi secondo me già c'era una volontà di cominciare a parlare dei fatti. Credo sia stata molto utile per lui la sospensione dal servizio perché, come mi ha ripetuto, ha cominciato a sentirsi libero. Tutte quelle pressioni che riceveva in precedenza non le sentiva più".

Centrale per il legale è stato il momento in cui Tedesco ha letto il capo d'imputazione. "Questo fa riferimento alle lesioni che in qualche modo possono aver inciso sull'evento morte. Nel momento in cui ha realizzato che quello a cui ha assistito possa aver portato al decesso di un ragazzo, ha deciso che non poteva più tenersi questo peso. Lui aveva effettivamente assistito al pestaggio di Cucchi, ma non poteva pensare che proprio quell'aggressione avesse procurato il suo decesso. Ha anche pensato che i colleghi della Penitenziaria potessero aver avuto una colluttazione con Stefano. Ma solo dopo la lettura del capo d'imputazione si è reso conto della gravità di quello che era successo. Lui già quando ha reso queste dichiarazioni al pm ha detto di  essersi sentito una persona nuova, rinata. So che la famiglia Cucchi ha apprezzato le sue scuse, anche se per il perdono è un percorso umano che richiede tempo. Non mi sento di biasimarli in alcun modo. Il perdono è un momento diverso ed è giusto che abbia i suoi tempi".

Con la collaborazione di Simona Berterame.