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Morta per trasfusione sbagliata a Torino: il medico se n’era andato, aveva lasciato la sacca a un infermiere

Secondo quanto emerge dalle motivazioni della sentenza di condanna a 15 mesi di reclusione il dottore – che se n’era andato – aveva “l’obbligo giuridico di provvedere non soltanto all’identificazione del paziente, ma anche di verificarne le condizioni al fine di scongiurare l’eventuale insorgenza di reazioni avverse”.
A cura di Davide Falcioni
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Se il medico della clinica Maria Pia Hospital di Torino "invece di lasciare la struttura, fosse stato presente al momento di inizio della trasfusione e nei minuti successivi, l'errore trasfusionale non si sarebbe certamente verificato". Il dottore aveva "l'obbligo giuridico di provvedere non soltanto all'identificazione del paziente, ma anche di verificarne le condizioni al fine di scongiurare l'eventuale insorgenza di reazioni avverse".

È quanto si legge sulle motivazioni della sentenza con cui il Tribunale di Torino ha inflitto 15 mesi di carcere (con pena sospesa) al cardiochirurgo ritenuto responsabile dell'errore che il 9 marzo 2023 portò alla morte di Carla Raparelli, 71 anni. La donna – come ricorda l'edizione torinese del Corriere della Sera – era ricoverata al Maria Pia Hospital, una clinica privata sulla collina di Torino, dove il 25 febbraio aveva subito un intervento al cuore.

Secondo i giudici, l'esito "era prevedibile ed evitabile da parte dell'imputato che, con la sua condotta omissiva gravemente negligente, ha reso un contributo causale idoneo a cagionare la morte" dicono le motivazioni. In particolare, la paziente subì una trasfusione di sangue destinato a un altro malato, quindi di un gruppo sanguigno diverso dal suo. A preparare la sacca di sangue fu un infermiere, che tuttavia notò l'errore dopo oltre un'ora e mezza, quando il medico di turno (avvicendatosi al collega imputato) aveva già disposto il trasferimento della paziente in terapia intensiva. L'infermiere ha patteggiato 1 anno e 4 mesi per omicidio colposo. La difesa del medico, che invece ha scelto il dibattimento, ha sempre sostenuto che fosse lui il solo responsabile dello scambio e del decesso.

Per i giudici tuttavia non è così. Dall’istruttoria è emersa una prassi vietata: nonostante la trasfusione sia "un atto medico, che esige la presenza di un medico", tenuto a verificare anche la corrispondenza tra le generalità del paziente e l’etichetta della sacca di sangue, "vi erano state delle volte in cui la verifica era stata fatta soltanto dall’infermiere, mentre il medico si limitava ex post a barrare le caselle di sua competenza e a sottoscrivere la scheda". Il dottore al momento della trasfusione aveva già lasciato la struttura, verificando solo l’avvenuta consegna delle sacche e lasciando le altre incombenze al paramedico (che avrebbe dovuto praticare due trasfusioni, una alle 19.30, l’altra alle 21.15). La normativa lo obbligava a controllare il paziente almeno per un quarto d’ora dopo l’infusione.

Come se non bastasse il medico doveva rispondere anche di falso in atto pubblico per aver barrato in anticipo la casella che sulla scheda trasfusionale lo qualificava come "primo operatore", simulando di fatto la sua presenza in clinica. Per il giudice fu una "grave negligenza": "Ha inteso dare una formale copertura rispetto ad una procedura trasfusionale che doveva svolgersi sotto la sua diretta responsabilità", pur sapendo che sarebbe stata eseguita solo dall’infermiere.

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