
“Mio figlio sta vomitando sangue. Non respira”. Una madre disperata telefona al 118. Sono le 8:28 del mattino del 30 gennaio 2002. Sembra una richiesta di soccorso per un malore improvviso, quella di Annamaria Franzoni, ma quando i sanitari arrivano alla villetta di Cogne, lo scenario è tutt’altro. Quel bambino di 3 anni ha un’enorme ferita alla testa: è stato aggredito con una violenza estrema. Alle 9:55, all'ospedale Parini di Aosta, Samuele viene dichiarato morto. Inizia così uno dei casi di cronaca nera più dolorosi della recente storia italiana, di cui oggi ricorre il 24esimo anniversario. Ripercorriamolo insieme.
Chi é Annamaria Franzoni
Stefano Lorenzi e Annamaria Franzoni avevano deciso di costruire nel piccolo comune valdaostano di Cogne il loro futuro. Dall’esterno, incarnavano lo stereotipo della “famiglia perfetta". Lui, elettrotecnico e consigliere comunale; lei, casalinga impeccabile, quasi maniacale nella cura della casa e dei figli, Davide, nato nel '95, e Samuele, nel '98. Ma dietro la facciata si celavano fragilità profonde. Annamaria soffriva la solitudine, la distanza dalla sua famiglia in provincia di Bologna ed era stressata, tanto da avere una prescrizione di antidepressivi che però non prendeva. Non solo: era convinta che Samuele fosse “anormale”. Sosteneva, stando alle testimonianze raccolte, che la testa del bambino fosse troppo grande e che emanasse troppo calore. In alcune occasioni, parlando con amiche o conoscenti, lo aveva definito “affettuosamente” un “nanetto”. Insomma, è questo il contesto che dobbiamo tenere a mente per capire cos’è successo la mattina del 30 gennaio 2002.
Cosa accadde a Cogne il 30 gennaio 2002
Quel giorno non era cominciato come tutti gli altri. Alle 5:50 Stefano Lorenzi aveva chiamato la guardia medica perché sua moglie lamentava mal di stomaco, debolezza e capogiri. Una dottoressa l’aveva visitata a domicilio e le aveva diagnosticato una “crisi isterica o d’ansia”; poi era andata via alle 6:20, dopo essersi accertata che Annamaria si sentisse meglio. A quel punto la routine era ripresa: Stefano, un’ora dopo, era andato a lavorare e lei era rimasta sola a casa con i due bambini.
Ora, fate attenzione, perché da qui in poi si apre la “finestra temporale” in cui si consuma la tragedia. Alle 08:16 Annamaria esce per accompagnare il figlio maggiore, Davide, allo scuolabus. La fermata dista circa 300 metri. Samuele vorrebbe seguirla, fa i capricci, al che lei racconta di averlo portato nel lettone matrimoniale e di averlo lasciato lì, con la tv accesa in casa per tranquillizzarlo. Intanto Davide è già fuori, con la bici. Prima di uscire, diversamente da come faceva di solito, Annamaria sostiene di non aver chiuso a chiave la porta. Resta fuori 7-8 minuti al massimo. Alle 08:24 la donna rientra in casa e trova Samuele nascosto sotto al piumone. Dice di aver pensato che stesse giocando, e di essere rimasta atterrita una volta capito che il bambino era in una pozza di sangue.
La prima telefonata la fa alle 8:27. Chiede alla vicina e medico di famiglia, Ada Satragni, di raggiungerla perché al bambino “era scoppiato il cervello”. Un minuto dopo chiama il 118. Infine, telefona all’ufficio del marito, usando queste precise parole: “Samuele è morto”. Arriva la Satragni: pensando a un aneurisma, la dottoressa lava il viso al bimbo e lo sposta all'esterno: manovre fatte in buona fede che però alterano la scena del crimine. Tuttavia, ciò che resta all'interno della stanza è sufficiente per i RIS di Parma del comandante Luciano Garofano. Senza l’arma del delitto – mai ritrovata, sebbene le perizie abbiano ipotizzato un oggetto contundente come un mestolo di rame o una piccozza – l'indagine punta tutto sull'analisi scientifica, che risulterà decisiva per la risoluzione del caso.
BPA: la prova regina del RIS sul delitto di Cogne
Prima di addentrarci, però, facciamo una premessa importante. Nelle prime ore, gli inquirenti battono ogni strada. Si cerca un "mostro" venuto da fuori. Vengono controllati i vicini di casa, i passanti, eventuali malintenzionati. Tuttavia, ogni pista alternativa si scontra con almeno tre dati di fatto inattaccabili: la neve (attorno alla villetta la neve è immacolata. Non ci sono impronte di fuga di estranei che si allontanano verso i boschi o le case vicine); gli accessi (porte e finestre non mostrano segni di scasso. Nulla è stato rubato); i tempi (l'assassino avrebbe dovuto agire, pulirsi e sparire nel nulla in quegli 8 minuti scarsi, senza che nessuno – nemmeno la madre che rientrava – lo vedesse).
Alla luce di queste considerazioni, gli investigatori si concentrano sull'unica persona che verosimilmente avrebbe avuto tutto il tempo e il modo di commettere il delitto, appunto, Annamaria Franzoni. La donna, fin dal primo momento, assume diversi atteggiamenti sospetti. Mentre il piccolo Samuele viene portato al pronto soccorso, lei resta alla villetta e viene ascoltata mentre chiede insistentemente al marito: “Ne facciamo un altro?”. Una frase che gela il sangue, pronunciata mentre il dramma è ancora in corso. Un desiderio di "sostituzione" immediata che, agli occhi degli psichiatri, suona come il tentativo disperato di ristabilire l’ordine. E non è l’unica ombra.
C’è quella telefonata intercettata in cui Annamaria, parlando con un’amica, si lascia sfuggire un lapsus rivelatore: “Cosa mi è successo…”, dice, correggendosi un istante dopo in "Cosa gli è successo". In più, c’è l’atteggiamento verso i soccorritori: freddo, distaccato, quasi infastidito dalla confusione. Sono dettagli, certo. Ma che assumono un peso specifico importante quando vengono letti accanto alle prove che, nel frattempo, stanno emergendo dal laboratorio del RIS di Parma. Per la prima volta in un grande caso italiano, la chiave di volta è una tecnica scientifica già consolidata all’estero: la BPA, l’analisi della forma e della distribuzione delle macchie di sangue.
La scena del crimine parla chiaro: pareti, soffitto e arredi sono stati raggiunti da schizzi proiettati con una violenza estrema. L’ipotesi formulata è questa: Samuele è stato colpito per 17 volte da un aggressore che si trovava sopra il letto, verosimilmente in ginocchio, e che colpiva dall'alto verso il basso. In questo scenario, il reperto decisivo risulta essere il pigiama insanguinato di Annamaria. La difesa sostiene che la giacca fosse appoggiata sul letto e che sia stata macchiata “per sbaglio” dall'assassino. Ma la verità processuale dice altro. Sulla casacca vengono isolate micro-tracce di sangue nebulizzato: in gergo, High Velocity Impact Spatter. Sono goccioline minuscole che si formano solo nell'istante esatto dell'impatto violento. Per avere quelle macchie addosso, devi essere a pochi centimetri dalla vittima nel momento in cui viene colpita. Anche gli zoccoli, i famosi "sabot" che Annamaria indossava in casa, confermano questa dinamica: sono sporchi di sangue sulla parte superiore, ma le suole sotto sono pulite. Questo significa una cosa sola: chi li indossava era lì durante l’aggressione, e non ha calpestato il sangue dopo, camminando nella stanza per prestare soccorso.
La condanna di Annamaria Franzoni
Messa alle strette dalle indagini, la difesa della Franzoni – che nel frattempo è passata nelle mani del celebre avvocato Carlo Taormina– sceglie la strategia dell'attacco. È qui che il processo diventa mediatico. Annamaria partecipa a Porta a Porta, con il plastico della villetta che entra nell'immaginario collettivo degli italiani; poi va al Maurizio Costanzo Show, dove annuncia, tra lacrime e polemiche, di essere incinta del terzo figlio, Gioele. Ma la difesa non si limita a usare i media. Accusa. I coniugi Lorenzi puntano il dito contro i vicini di casa. I sospetti vengono indirizzati ferocemente verso uno di loro, Ulisse Guichardaz. Nel 2004, il team difensivo annuncia il colpo di scena: durante un sopralluogo autonomo nella villetta avrebbero trovato le "vere prove" del delitto, prove sfuggite ai Carabinieri, ovvero impronte digitali e tracce di sangue che incastrerebbero il vicino. Nasce così il filone del "Cogne Bis", che però si rivela un boomerang clamoroso. Le perizie della Procura smontano tutto: quelle "tracce di sangue" in realtà sono residui non ematici (probabilmente escrementi di insetti o ruggine) e l'impronta digitale del presunto "assassino" appartiene a uno dei consulenti tecnici della stessa difesa, lasciata per errore durante il sopralluogo. Questa strategia aggressiva costa cara: oltre alla condanna principale, Annamaria viene condannata per calunnia.
Arriviamo così all'epilogo. Con l’ultima sentenza del 2008 la Cassazione scrive la parola fine: Annamaria Franzoni viene condannata a 16 anni di reclusione. Una pena ridotta rispetto ai 30 del primo grado. Ma rimane la domanda più inquietante: perché? Perché avrebbe ucciso suo figlio? I giudici riconoscono le attenuanti generiche – motivo per cui la pena scende a 16 anni- individuando il movente in uno "stato crepuscolare orientato". Cosa vuol dire? In pratica, ipotizzano un blackout emotivo transitorio. Quella mattina, lo stress, la solitudine, l'ansia per quel figlio che "piangeva troppo" o che lei vedeva "malato", avrebbero causato in Annamaria una disconnessione temporanea dalla realtà, quasi come quando si dorme. Un automatismo violento scattato per rimuovere la fonte di stress, per far tacere il pianto. Subito dopo, sarebbe subentrata la rimozione. Un meccanismo di difesa inconscio che le ha permesso di "cancellare" l'orrore dalla sua memoria, per sopravvivere. Questo spiegherebbe la sua ostinata negazione: Annamaria potrebbe non essere mai stata consapevole di mentire, ma aver vissuto per anni in una sua verità soggettiva in cui lei si considera innocente. Dopo aver scontato solo 11 anni, per buona condotta e benefici, oggi Annamaria Franzoni ha pagato il suo conto con la giustizia. Non ha mai ammesso colpe, non ha mai cambiato versione. Per lo Stato è l'assassina di suo figlio; per la sua famiglia, il marito e i due figli, è la vittima di un errore giudiziario. In mezzo, rimane solo la cronaca di un delitto atroce che ha segnato per sempre il nostro Paese.
Ha collaborato Mara D'Alessandro