Papa Francesco l'aveva detto due settimane fa, durante la storica preghiera in una Piazza San Pietro deserta: "Siamo tutti sulla stessa barca", un  chiaro riferimento alle sofferenze che accomunano oggi italiani e stranieri, tutti alle prese con il coronavirus e una povertà destinata ad allargarsi.  Lo stesso concetto Bergoglio l'ha ribadito ieri rispondendo a una lettera ricevuta giovedì da Mediterranea Saving Humans, la piattaforma per il salvataggio di migranti nel Mediterraneo: "Grazie per tutto quello che fate. Vorrei dirvi che sono a disposizione per dare una mano sempre. Contate su di me", ha scritto Francesco.

La richiesta di aiuto era stata firmata da Luca Casarini e si era concentrata sugli ostacoli posti dal governo alle navi umanitarie, ma soprattutto sull'aggravarsi delle condizioni di migliaia di persone nei campi di prigionia in Libia e negli accampamenti in Grecia, dove ore incombe anche la minaccia del Coronavirus. Al capo missione il Pontefice ha risposto di suo pugno con parole di affetto e gratitudine: "Luca, caro fratello, grazie tante per la tua lettera", e per "la pietà umana che hai davanti a tanti dolori. Grazie per la tua testimonianza, che a me fa tanto bene". E ancora: "Sono vicino a te a ai tuoi compagni. Grazie per tutto quello che fate. Vorrei dirVi che sono a disposizione per dare una mano sempre. Contate su di me. Ti auguro una santa Pasqua. Prego per Voi, per favore, fatelo per me".

La lettera di Mediterranea a Papa Francesco

Giovedì nove aprile  Luca Casarini aveva fatto recapitare una lettera a Papa Francesco, riportata anche stamattina sul quotidiano Avvenire:

Caro Papa Francesco,

sono Luca Casarini, capomissione di Mediterranea Saving Humans, […].

In questi giorni terribili penso a che cosa facciamo in mare e che cosa proviamo quando abbiamo il privilegio di poter salvare dalla morte i nostri fratelli e sorelle migranti, mentre il mondo aveva la testa girata dall’altra parte. E guardi adesso cosa è accaduto: la Pandemia costringe tutti oggi a fare i conti con la lotta per la vita, a chiedere aiuto agli altri per salvarsi. Il contagio ha mostrato quanto i confini fatti con i fili spinati, i carri armati, con i lager in Libia, con i campi di concentramento a Lesbo, tutti quei confini eretti contro altri esseri umani, non possano nulla di fronte a un male invisibile e globale. Tutti adesso, come se si trattasse di un segno, sono costretti a stare rinchiusi, fermi, a non poter abbracciare i propri cari, a non poterli nemmeno seppellire, come accade alle famiglie dei migranti che muoiono in mare o nel deserto, o uccisi dai trafficanti. Oggi tutti, in tutta la Terra e nello stesso momento, hanno la possibilità di sentire e di vedere se vogliono, che cosa era diventato questo mondo fatto di esclusione, di razzismo, di odio degli uni verso gli altri.

Ma non è un segno di Dio, questa Pandemia. No, è qualcosa che abbiamo prodotto noi, perché era dentro di noi l’incapacità di affrontarla, il credere di essere al sicuro con soldi e successo, potere e tecnologie, armi e scienza. E invece, per poter affrontare questa sfida, ci stiamo accorgendo che ci vuole cuore e anima, amore, cura del nostro prossimo che significa cura verso noi stessi.

Ogni volta che accadono questi momenti nella storia degli uomini, sempre con arroganza, pensiamo che sia possibile subito capirne la portata, incasellarli, e tracciare una via di uscita semplice: o Terra Promessa o catastrofe. Ancora non abbiamo capito che Terra Promessa e catastrofe convivono sempre in noi. Come il Bene e il Male. Come la possibilità di essere migliori con la condizione di essere fragili e inadeguati. Non avevamo capito che i migranti erano una prefigurazione di ciò che siamo noi tutti. “Ama il prossimo tuo come te stesso”, oggi ho finalmente capito perché è stato pronunciato.

Sento nel cuore le Sue parole pronunciate al mondo, Santo Padre: “nessuno si salva da solo”. Ricordo che fino a poco tempo fa […] sembravano parole che solo tra pochi potessimo condividere. Oggi non è più così. E finalmente ho compreso ancora più profondamente perché, salvando in mare i nostri fratelli e sorelle in fuga dalla Libia e dall’orrore, ho sempre avuto la sensazione che stessimo salvando noi stessi, che erano in realtà quegli uomini, donne e bambini indifesi che stavano salvando noi. Oggi tutto è chiaro, trasparente come l’acqua di quel mare Mediterraneo che vogliamo immaginare come il “Grande Lago di Tiberiade”.

Volevo ringraziarla caro e dolce Papa Francesco, per aver posto la Croce fatta con il giubbetto di salvataggio, in modo che possano vederla tutti. Quella Croce è del nostro Gesù, quello che viene con noi in ogni missione in mare, quello che ha paura con noi quando il mare è grosso, quello che scruta l’orizzonte cercando chi è solo in mezzo a quel mare infinito. Quella Croce è del nostro Gesù che è annegato, lasciando di sé solo quel salvagente perché noi lo trovassimo e lo portassimo a Lei. Quel Gesù che ha gridato forte il suo nome prima di sparire tra i flutti, perché qualcuno sappia che è morto lì, dopo una Via Crucis che gli ha fatto attraversare la sofferenza e la tortura. Grazie per mostrarla a tutti quella Croce. Grazie. Quando abbiamo recuperato in mare quel giubbotto, abbiamo sentito una fitta al cuore: era evidentemente il relitto di una persona migrante che era naufragata, vittima dell’ingiustizia. Abbiamo sentito nel cuore la necessità di raccogliere quel giubbotto: non sapevamo neanche noi perché lo raccogliessimo, ma sentivamo di dover dare un senso a quella vita, alla vita di quella persona di cui nessuno sa il nome e che è morta vittima dell’ingiustizia. Abbiamo sentito nel cuore che quel migrante ignoto era un nostro fratello e che dovevamo raccogliere quel relitto. Mai ci saremmo aspettati che un giorno quel giubbotto sarebbe stato esposto nell’atrio del Palazzo Apostolico come segno per tutti del “grido dei poveri” che sale dal Mar Mediterraneo. Quando ci pensiamo, sentiamo ancora i brividi: vedere che quel giubbotto ora è lì ci mostra la potenza del Vangelo, la potenza dell’amore. Grazie di cuore, caro Papa Francesco.

Stiamo soffrendo pensando ai nostri fratelli e sorelle che si mettono in mare dalla Libia, anche in questi giorni: più di 600, compresi molti bambini, sono stati catturati dalle milizie libiche che si fanno chiamare “Guardia Costiera” e che gli Stati hanno riempito di soldi per fare questo. Li hanno riportati indietro, nell’inferno dei lager. 150 di loro sono riusciti a raggiungere, assistiti solo dalle loro forze e da Nostro Signore, le spiagge di Lampedusa. Altri 150 sono a bordo di una piccola nave cui i Governi d’Europa stanno negando un porto d’approdo.

In questa situazione noi vogliamo tornare in mare il prima possibile, perché il nostro Gesù ha bisogno di aiuto.

[…]

Mi scusi se L’ho disturbata in questi giorni così impegnativi ma, dopo aver seguito la Sua benedizione Urbi et Orbi, ho sentito nel cuore la necessità di farLe pervenire il mio umile ringraziamento perché ancora una volta Lei ha toccato il cuore di tutte le persone di buona volontà e ha fatto riscoprire a tutti che siamo un’unica grande famiglia umana e nessuno si salva da solo.

Un grande abbraccio Papa Francesco. Grazie di tutto, sempre.