"Ho capito che la sofferenza e la morte non sono un tabù e che è importante prendersi cura degli altri. È questo quello che cerco anche di insegnare alle mie figlie". Marta ha 40 anni ed è un medico. Non in un ospedale, ma per una associazione di Spoleto che si chiama Aglaia e per conto della quale lavora presso un hospice, termine con il quale si indicano le strutture residenziali dedicate alle cure palliative. In Italia ce ne sono 277 da Nord a Sud e ogni giorno ospitano quasi tremila pazienti, che necessitano di un supporto non solo fisico, ma anche e soprattutto psicologico, così come le loro famiglie.

"Sono dieci anni che faccio questo lavoro – racconta Marta a Fanpage.it -. Faccio parte di una equipe che per definizione è multiprofessionale, composta cioè da esperti ciascuno dei quali ha competenze che vengono messe a disposizione della persona malata e della famiglia che si deve assistere. Ma non sempre tutte queste risorse sono disponibili e allora dobbiamo essere in grado di fare da psicologi o da assistenti sociali a seconda delle situazioni. Qui medici a volte fanno anche cose che nell'immaginario collettivo non sono da medici, parliamo di continuo con le persone e soprattutto le ascoltiamo molto, perché si cerca sempre di occuparsi nella persona nella sua interezza, non solo da punto di vista fisico".

Laureata in Medicina, Marta ha deciso di dedicare la sua carriera a questa tipologia di pazienti. "La mia è una storia un po' particolare – continua -. Io sono figlia di una infermiera che 35 anni fa a Spoleto, quando le cure palliative stavano nascendo in Italia, ha fondato una associazione di volontariato che voleva essere d'aiuto alle persone che di fatto stavano morendo e non avevano nessuno al loro fianco. Quindi, l'attenzione per le persone che soffrono è sempre stata parte di me. Io ho una specializzazione in una disciplina che di fatto non c'entra nulla con questo lavoro, ma ho capito che era questo quello che volevo fare. Allora ho studiato molto, ho sostenuto tanta formazione specifica, ho trovato dei grandi maestri che mi hanno aiutato a diventare quella che ora sono; ora mi tengo aggiornata continuamente e faccio io formazione in giro per l’Italia per operatori sanitari e volontari".

Lavorare in cure palliative, in un hospice o a casa, significa conoscere nell'intimo i pazienti, entrare nelle loro case e ascoltare le loro storie. "Quella che più mi ha emozionato riguarda un paziente poco più grande di me, un uomo di 44 anni con una lunga storia di tossicodipendenza alle spalle, dalla quale era uscito con tanta fatica e sacrificio. Aveva costruito una famiglia con una compagna e un figlio ed era finalmente felice. Quando ha iniziato a stare bene ha sviluppato una neoplasia molto grave con una forma di dolore molto forte e sofferenza per la quale ha dovuto cominciare una terapia con farmaci oppiacei. Si disperava tutti i giorni perché era tornato ad essere dipendenti dai farmaci, anche se in maniera del tutto nuova. È morto un anno fa, l'abbiamo assistito per molto tempo, lui e la sua famiglia sono rimasti nel cuore di tutti".

In queste strutture vengono accolte soprattutto persone adulte e anziane, ma non mancano anche i giovani, a volte anche i bambini. "Imparo tante cose tutti i giorni che riguardano l’esistenza e mi
sento un medico privilegiato – conclude Marta -. Quando torno a casa cerco di insegnare alle mie figlie di 4 e 7 anni che la morte fa parte della vita ed è una cosa di cui non dovremmo avere paura e che bisogna avere cura delle persone, esseri complessi con una propria storia diversa dagli altri miliardi di persone nel mondo. Vorrei che capissero che la sofferenza e la morte non sono un tabù e che è bello prendersi cura delle persone che si hanno intorno".