Malformazione fetale non diagnosticata, 644mila euro alla madre che avrebbe potuto scegliere l’aborto
Un risarcimento da oltre 644mila euro per una scelta che, secondo i giudici, una giovane madre avrebbe potuto compiere se fosse stata informata in tempo delle gravi condizioni del feto. È la somma riconosciuta dalla Corte d'Appello di Bologna con la sentenza n. 1896/2026 al termine della causa contro l'AUSL di Modena e Generali Italia, promossa dalla donna con l'assistenza dell'avvocato Vincenzo Liguori.
La vicenda riguarda una gravidanza durante la quale una grave malformazione agli arti inferiori del feto non venne diagnosticata. La bambina è nata senza la formazione delle tibie e dei piedi, con gli arti inferiori che si interrompevano sostanzialmente all'altezza delle ginocchia. Nel processo si è quindi dovuto stabilire non solo se quella condizione fosse riconoscibile prima della nascita, ma anche quale decisione avrebbe preso la madre se fosse stata informata.
All'epoca aveva 17 anni, non lavorava, non era sposata e non aveva un'autonomia economica. La nascita di una bambina con una disabilità così grave avrebbe comportato importanti necessità assistenziali, con possibili conseguenze sul percorso di studi, sul lavoro e sulla possibilità di costruirsi una propria indipendenza economica. Sono questi gli elementi che, valutati nel loro insieme, hanno portato i giudici a ritenere probabile che avrebbe scelto di interrompere la gravidanza se avesse conosciuto le condizioni del feto.
Malformazione fetale non diagnosticata: perché la madre è stata risarcita
La parte più delicata della causa è stata proprio ricostruire una decisione che la donna, all'epoca, non aveva potuto prendere. Non si trattava infatti di dimostrare una scelta realmente compiuta, ma di stabilire quale sarebbe stata con ogni probabilità se avesse ricevuto le informazioni necessarie, come spiega l'avvocato Liguri:
"Il tempo trascorso non incide in alcun modo. Ciò che va provato è la volontà abortiva della donna come condotta alternativa alla prosecuzione della gravidanza, qualora fosse stata informata delle gravi malformazioni del feto".
Per arrivare a questa conclusione sono state considerate la sua età, la situazione familiare ed economica e le conseguenze che la nascita della bambina avrebbe avuto sulla sua vita. Una valutazione necessariamente legata alle caratteristiche specifiche della vicenda.
"Ogni caso è a sé ed è l'avvocato a dover individuare le peculiarità e gli indizi relativi alla possibile scelta alternativa, trasformandoli in argomenti coerenti dal punto di vista probatorio e sufficienti a raggiungere lo standard probabilistico richiesto", aggiunge Liguori.
Tre ecografie durante la gravidanza: il problema poteva essere riconosciuto
Durante la gravidanza la donna aveva effettuato tre ecografie, a distanza di poche settimane l'una dall'altra. Secondo la consulenza tecnica esaminata nel procedimento, tenendo conto dell'epoca gestazionale e degli standard clinici dell'epoca, una malformazione così grave avrebbe dovuto essere individuabile.
"Furono eseguite tre ecografie a distanza di poche settimane, dalle quali, secondo gli standard clinici dell'epoca, non poteva passare inosservata una malformazione così severa ed eclatante", sostiene Liguori.
Nel processo, però, non erano disponibili le immagini degli esami. Erano stati acquisiti soltanto i referti. "Avevamo soltanto i referti – precisa Liguori – mentre le immagini erano in possesso della struttura e non sono state prodotte in giudizio".
La consulenza ha comunque concluso che la condizione della bambina poteva essere riconosciuta durante la gestazione. Da qui il tema dell'omessa diagnosi e, soprattutto, della mancata informazione alla madre.
Il risarcimento: non solo la sofferenza, ma anche il lavoro perso
I 644.172,40 euro riconosciuti dalla Corte d'Appello comprendono sia il danno non patrimoniale sia quello patrimoniale.
Nel primo rientrano la sofferenza, lo sconvolgimento della vita personale e relazionale e la perdita della possibilità di compiere una scelta consapevole sul proprio corpo e sul proprio futuro. La restante parte riguarda invece le conseguenze economiche della situazione, comprese le opportunità lavorative compromesse dalle necessità di assistenza della figlia.
Il punto centrale della sentenza, dunque, non è la disabilità della bambina in sé, ma ciò che secondo i giudici è derivato dalla mancata diagnosi: la madre non avrebbe avuto le informazioni necessarie per decidere se portare avanti o meno la gravidanza. Una possibilità di scelta che, alla luce delle circostanze ricostruite nel processo, avrebbe probabilmente esercitato diversamente.