Il gup del Tribunale di Palermo ha condannato, al termine di un processo celebrato con il rito abbreviato, a nove anni di reclusione l'imprenditore Vito Nicastri, ritenuto il ‘re' dell'eolico per i suoi investimenti nelle energie rinnovabili. L'accusa contro di lui era di concorso esterno in associazione mafiosa. Condannato a nove anni anche il fratello Roberto Nicastri.

L'indagine, coordinata dalla Dda di Palermo, ha svelato un giro di mazzette alla Regione siciliana finalizzate ad agevolazioni nelle pratiche relative agli investimenti nelle energie rinnovabili. Nell'ambito dell'inchiesta è emersa anche una presunta tangente che Arata avrebbe pagato all'ex sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri per la presentazione di un emendamento favorevole alle imprese che si occupano di energie alternative. Questo troncone dell'indagine è stato trasmesso a Roma.

A Vito Nicastri, imprenditore di Alcamo, in provincia di Trapani, in affari con Paolo Arata, ex consulente di Matteo Salvini, il pm Gianluca De Leo contestava di aver intrattenuto rapporti senza scrupoli con esponenti di Cosa Nostra, in particolare con quelli più vicini al superlatitante Matteo Messina Denaro, scomparso dal giugno 1993. Per Nicastri, accusato dalla Dia di Trapani di intestazione fittizia e corruzione nell'ambito del caso Arata, è la prima condanna per mafia malgrado già in passato avesse subito una maxi confisca di beni per un milione e trecento mila euro. Da quattro mesi, dopo l'arresto del consulente della Lega per l'energia Paolo Arata, l'imprenditore ha iniziato una collaborazione con i magistrati della procura di Palermo, rivelando alcuni episodi di corruzione di pubblici funzionari, chiamando in causa il suo socio occulto Arata, ma negando sempre di avere avuto rapporti con esponenti mafiosi. La sentenza di oggi tuttavia lo smentisce: fu il pentito Lorenzo Cimarosa, cugino di Messina Denaro, a svelare che Nicastri avrebbe fatto avere "una borsa piena di soldi" agli uomini legati al latitante.

Quella di Nicastri è stata un'ascesa fulminea e sospetta nel mondo dell'imprenditoria siciliana. Da semplice elettricista infatti nel giro di pochi anni è diventato il "re dell'eolico" tanto che il Financial Times in un articolo lo definì "il signore del vento". Per gli uomini della Direzione investigativa antimafia di Palermo, tuttavia, si tratterebbe di uno spregiudicato manager al servizio delle cosche, cresciuto all’ombra del superlatitante Matteo Messina Denaro al quale avrebbe a lungo finanziato la latitanza.