“L’oceano è passato sopra e sotto di me”: l’impresa di Lorenzo, 37 giorni a remi da solo nell’Atlantico

C’è un momento in Moby Dick – il capolavoro letterario di Herman Melville – in cui l’ossessione del capitano Achab smette di essere una sfida contro la balena bianca e diventa una lotta contro se stesso. Il mare non è più uno spazio immenso da attraversare, ma una condizione mentale, un luogo in cui si compie un'avventura folle e spietata. A distanza di quasi due secoli, quell’ossessione sembra riemergere nella traversata atlantica di Lorenzo Barone, un 28enne umbro da anni protagonista di incredibili avventure in condizioni sempre estreme alla maniera dei grandi esploratori del passato, da Mike Horn a Walter Bonatti: negli anni, Lorenzo ha portato a termine la traversata in bici della Jacuzia in inverno e quella del deserto del Sahara in estate, si è spinto sui passi himalayani, poi è sceso di quota e nel 2024 ha percorso 1.674 chilometri sui pedali, 627 con gli sci e 500 sul kayak per raggiungere Capo Nord.
Da tempo, però, Lorenzo aveva un sogno chiamato "Progetto Dust". Ce ne parlò quasi due anni fa pedalando insieme nell'Appennino centrale, tra Spoleto e Norcia. "Voglio partire da Barcellona, poi pedalare fino alla Mauritania dopo aver attraversato (sempre in bici) il deserto del Sahara, e da lì navigare l'Oceano Atlantico in barca a remi sospinto dagli alisei fino al Sud America. Poi tirare dritto a piedi e in canoa fino all'estremo sud del Cile". Ebbene, parte di quella grande avventura è già alle sue spalle: domenica scorsa infatti Lorenzo Barone è arrivato in Guyana francese dopo 37 giorni di navigazione solitaria su una barca lunga una manciata di metri. Lo raggiungiamo mentre è ancora attraccato in un piccolo porto poco a sud di Cayenne.
Prima di tutto: cosa è successo negli ultimi mesi, da quando sei partito da casa tua, in Umbria?
Sono andato a Civitavecchia e da lì sono salpato con il traghetto per Barcellona. Da quel momento ho iniziato a pedalare: tappe lunghe, una media di poco più di 170 chilometri al giorno, fino al Sahara. Poi mi ha raggiunto mio padre in auto con la barca al traino, insieme a due amici. Siamo arrivati in Mauritania, a Nouadhibou, e lì è iniziata la parte più assurda: venti giorni di burocrazia. Se non avessi avuto contatti sul posto che si sono fatti un mazzo per me, sarei tornato a casa con mio padre e la mia barca: non mi facevano nemmeno metterla in acqua.
Poi che è successo?
La situazione si è finalmente sbloccata, loro sono ripartiti per l'Italia e io ho iniziato a remare. E la cosa paradossale è che quando sono ‘partito’ non pensavo nemmeno di essere partito davvero: dovevo percorrere 12 chilometri fino a un altro porto, sempre in Mauritania. Poi però si sono alzati i venti, è tramontato il sole, al buio non vedevo niente e ho rischiato ripetutamente di schiantarmi contro la costa già dalla prima notte. Ho remato con tutta la forza che avevo verso il largo e da lì le correnti mi hanno spinto fuori dalla baia. A quel punto ero in mare aperto e ho capito che era iniziata la traversata vera e propria.

Quando domenica sei arrivato in Guyana francese hai scritto che l’Atlantico è passato "sotto e sopra" di te: qual è stato il momento in cui hai capito davvero di essere in balia dell'oceano, senza possibilità di tornare indietro?
In realtà l’ho capito subito, proprio perché sono partito di notte fonda. Ho remato per ore per non schiantarmi contro la penisola della Mauritania: fino alle due, forse oltre. Ero stanchissimo e avevo preso una pasticca per il mal di mare che aumenta la sonnolenza. Mi sono addormentato e quando ho riaperto gli occhi non vedevo più la costa. I venti mi avevano spostato mentre dormivo. E lì è scattata una sensazione molto netta: ho avuto chiaro che non sarei più potuto tornare indietro, anche perché nel frattempo le correnti continuavano a spingermi verso ovest.
Tu hai 28 anni, sei umbro, quindi tutt'altro che un "uomo di mare": prima di partire avevi accumulato solo due giorni di esperienza in barca nel Mediterraneo. Come si impara l’oceano mentre lo si attraversa, e quali errori ti hanno insegnato di più?
Io non sono un appassionato di mare, né dell’acqua in generale. I fiumi sì, ma il mare proprio no. Anche d’estate: la mia famiglia fa il bagno, io non sento attrazione e se posso li guardo dalla riva. Per me l’oceano era una sfida soprattutto psicologica. E l’unico modo per "conoscerlo" è stato essere costretto a navigarlo: quando sei lì non puoi scappare.
Hai commesso molti errori?
All’inizio si sottovaluta quanto ogni manovra in ogni istante sia difficile. Anche solo travasare acqua da una tanica a una borraccia: la barca oscilla, ti innervosisci, ne versi metà fuori. Poi però impari l’importanza di ogni singola scelta e di ogni singolo gesto, e allora va un po' meglio. Io ad esempio non avevo il timone automatico, quindi ho deciso di remare non più di otto ore al giorno, ma spendere tantissimo tempo a gestire il timone per mantenere la giusta rotta.
Tra un ribaltamento notturno, i guasti tecnici e le settimane di nausea, quanto ha contato la gestione della paura rispetto alla resistenza fisica?
La fatica è stata soprattutto mentale. Da quel punto di vista sono abituato a sforzi ben peggiori: ho percorso 3.300 chilometri in bici in 19 giorni, ho trascinato slitte nell’Artico con 30 gradi sottozero e neve fino alle ginocchia. Quella è fatica fisica. Qui no: qui era psicologica.
I primi 4-5 giorni mi sentivo un prigioniero. Mi sembrava di trovarmi in una di quelle carceri costruite in mezzo al deserto o su isole disabitate, solo che sulla barca era anche peggio perché lo spazio è minuscolo e non stai su una struttura ferma: balli sempre. La cabina sembra una bara, e a malapena si riescono a fare due passi molto piccoli. Poi c’è la nausea, per tre settimane di fila. Pensavo passasse in sette giorni, invece no. A un certo punto ho smesso di mangiare, ho detto ‘vediamo che succede'. Dopo quattro giorni di digiuno ho iniziato a sentirmi male e ho capito che dovevo forzarmi, che dovevo ricominciare a mangiare. Ma è stata dura.

C’è stato un momento in cui hai pensato di non farcela e non uscirne vivo? D'altro canto eri solo, su una barca a remi, nel mezzo dell'Oceano Atlantico…
Non ho mai temuto di morire. Però ci sono stati momenti più difficili degli altri, in cui la mente si concentrava sul peggiore degli scenari, quello di un naufragio. Una volta ho controllato le previsioni meteo: davano onde oltre i tre metri con un periodo di sette secondi. Quelle onde avevano già ribaltato la barca anche quando erano molto più basse. Era una previsione a una settimana e mi è preso un colpo, ho temuto che potesse concretizzare la condizione peggiore per navigare un una piccola barca a remi. Poi per fortuna non è successo niente di grave…
Però una volta ti sei rovesciato…
Sì, avevo una finestra sul tettino aperta per cambiare aria durante la notte. Quando la barca si è capovolta, essendo andato a testa in giù, da lì sono entrati diversi litri d’acqua. La barca si è raddrizzata abbastanza velocemente grazie alla disposizione dei pesi nello scafo, ma io mi sono trovato a dover asciugare tutto nel cuore della notte. La coperta mi si è anche riempita di pesci, è stata una scena surreale.
E poi c’è stato un altro momento assurdo e terrificante: quasi alla fine, a 15 chilometri dalla costa della Guyana francese, credevo di essere ormai quasi arrivato, invece ho rischiato di naufragare sugli scogli. C'era una corrente di marea fortissima che mi portava via, un fondale bassissimo e il rischio di toccare col timone e la deriva distruggendo tutto. Sono arrivato a 25 metri dagli scogli. Lì ho pensato: "Ok, naufrago qui". Stavo ragionando su cosa salvare, cosa lasciare, mi stavo per buttare in acqua ma c'erano scogli taglienti, quindi ho desistito e ho solo incrociato le dita. Poi ho fatto una strana manovra col timone e per fortuna la barca è stata letteralmente ‘sputata’ fuori dalla zona più critica.

Domanda secca: lo rifaresti?
Se non l’avessi fatto, lo farei per la prima volta perché era un’esperienza che desideravo. Ma rifarlo adesso, no. Adesso voglio vendere la barca il prima possibile e non vederla mai più.
Perché?
Questa barca è troppo dipendente da correnti, vento, onde. Governarla è stata una fatica bestiale. Se mai dovessi attraversare di nuovo un oceano, vorrei farlo con un mezzo diverso: un trimarano, ad esempio, qualcosa di più dinamico. Perché qui sei in balìa di tutto: puoi remare quanto vuoi, ma è la corrente che decide, si va dove dice lei.
Ora sei attraccato a Guyana francese, immagino vorrai riposare qualche giorno. Poi come proseguirà il tuo viaggio?
Intanto sono qui, dentro la mia barca, ormeggiato in un piccolo porto a sud di Cayenne. I pescatori mi stanno dando una mano. Senza di loro, anche solo risalire il fiume fino al porto dove si concluderà questa esperienza oceanica sarebbe un problema. Ieri sono entrato in un supermercato per la prima volta dopo una quarantina di giorni: c'erano frutta e verdura a volontà, mi sembravano fantascienza. Ho comprato una bici, perché sono in anticipo sulla tabella di circa un mese e mezzo. Però essere in anticipo significa anche essere qui nella stagione delle piogge, quindi dovrò adattarmi, temporeggiare e prepararmi ad affrontare la parte peggiore dei miei viaggi.

Qual è?
L’essere umano. Mi stanno dicendo che in un fiume che avevo programmato di attraversare in Brasile ci sono stati attacchi di pirati e molte persone uccise. Quelle zone sono vie di comunicazione anche per traffici, droga, criminalità. Quindi sto studiando un’altra opzione: un fiume molto remoto di cui ho pochissime informazioni, praticamente solo satellitari. È l’unico che va da nord verso sud, nella direzione che serve a me.
Il piano sarebbe trasportare una canoa via terra per circa 250 chilometri: o con un carrello attaccato alla bici o a piedi, oppure trovare qualcuno che la trasporti mentre io pedalo. È più complesso dal punto di vista della natura: fiume più piccolo, più selvaggio, più fauna, rapide e perfino una cascata. Però almeno riduco il rischio di incontrare persone armate.
Poi l’idea è arrivare a Manaus, nel cuore dell’Amazzonia brasiliana, e da lì riprendere una strada sterrata, considerata tra le più isolate del Brasile, per attraversare l’Amazzonia fino in Bolivia. Sarà piena di fango, probabilmente un inferno. La destinazione finale resta il Cile: a Puerto Viejo vorrei chiudere questa mia avventura.
Il tuo prossimo progetto?
Non lo so ancora, ma in Oceano ho letto un libro su una spedizione artica di Mike Horn. Ecco, potrei decidere di andare lì…