La decisione della Cassazione su Totò Riina ha scatenato un'accesissima polemica e numerose sono le reazioni pervenute da esponenti politici di spicco, magistrati impegnati nella lotta alla mafia e parenti delle vittime. Sostanzialmente la Cassazione, rinviando nuovamente al tribunale di sorveglianza di Bologna, ha richiesto ai giudici emiliani di motivare in maniera più approfondita la decisione relativa al rigetto della richiesta di detenzione domiciliare richiesta dal legale del Capo dei capi, sottolineando soprattutto il fatto che comunque, stante anche le condizioni del detenuto, è necessario comprendere per quale motivo non avrebbe diritto a una morte dignitosa in punto di morte. La decisione, come anticipato, ha alzato un vero e proprio polverone e in molti hanno criticato la posizione dei giudici della Prima sezione penale della Cassazione.

Non è affatto d'accordo con la decisione della Cassazione il procuratore antimafia di Catanzaro Nicola Gratteri, che poche ore dopo la diffusione della notizia ha commentato: "Non dimentichiamo che il 41bis è stato istituito per evitare che i capimafia mandino segnali di morte verso l'esterno. È ora di finirla con l'ipocrisia di chi sale sui palchi a commemorare Falcone e Borsellino e poi fa discorsi caritatevoli: un boss come Riina comanda anche solo con gli occhi".

Molto scettico anche il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, che in un'intervista rilasciata al Corriere della Sera spiega che la scarcerazione di Riina non è in alcun modo possibile perché il boss è ancora il Capo dei Capi di Cosa Nostra e ribadisce che comunque al momento, nonostante le precarie condizioni di salute, Riina non sta subendo trattamenti inumani in carcere:

"Si tratta di un annullamento con rinvio, il Tribunale dovrà integrare la motivazione sui punti indicati dalla Cassazione e sono certo che a quel punto reggerà l’intero impianto. Questa decisione non mi preoccupa. Sono tranquillo, fiducioso che alla fine il Tribunale di Bologna ribadirà le nostre ragioni".

La Cassazione dice che non è motivata a sufficienza l’attualità del pericolo.
«Siamo perfettamente in grado di dimostrare il contrario. Abbiamo elementi per smentire questa tesi. E per ribadire che Totò Riina è il capo di Cosa nostra».

«Vorrei ricordare che il pubblico ministero Nino Di Matteo vive blindato proprio a causa delle minacce che Totò Riina ha lanciato dal carcere. Se non è un pericolo attuale questo, mi chiedo che altro dovrebbe esserci».

I familiari e gli avvocati sostengono che la malattia lo ha ridotto in condizioni gravissime.
«Non abbiamo mai negato che sia affetto da una patologia pesante. Sappiamo che ha due neoplasie e numerosi disturbi collegati, ma si tratta di uno stato di salute che può essere adeguatamente trattato nell’ambiente carcerario o con ricoveri mirati in strutture cliniche. Abbiamo la documentazione per dimostrare che viene curato in maniera idonea».

Anche se detenuto in regime di 41 bis?
«Si tratta di una condizione che non abbassa il livello di cura, ma anzi assicura la stessa assistenza sanitaria degli altri reclusi, se non addirittura migliore».

In realtà la Corte di cassazione sottolinea che il carcere di Parma non è sufficientemente attrezzato per questo tipo di cure.
«Se davvero così fosse, nulla impedirebbe il trasferimento in un’altra struttura di massima sicurezza. Ma dico per Riina quello che avevamo già sostenuto nel caso di Bernardo Provenzano, che era in condizioni addirittura più gravi: deve rimanere in carcere al 41 bis. Quando abbiamo sostenuto questa tesi ci siamo esposti, ma alla fine abbiamo avuto ragione».

Le reazioni dei famigliari delle vittime: "Loro non hanno avuto una morte dignitosa"

Da Rita Dalla Chiesa a Franco La Torre passando per l'associazione di via dei Georgofili, le famiglie delle vittime sono insorte e hanno chiesto rispetto per i morti che Riina ha ucciso o di cui ha ordinato l'uccisione. La presentatrice Rita Dalla Chiesa – figlia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso a Palermo il 3 settembre del 1982 – ha commentato la sentenza caustica: "Mio padre non ha avuto una morte dignitosa, l'hanno ammazzato lasciando lui, la moglie e Domenico Russo in macchina senza neanche un lenzuolo per coprirli. Sto insegnando a mio nipote ad avere fiducia nella giustizia e nella legalità, lo porto sempre in mezzo ai carabinieri. Per quanto riguarda invece la fiducia nella giustizia, forse sto sbagliando tutto".

Dello stesso avviso Sonia Alfano, figlia del giornalista Beppe Alfano, ucciso nel 1993: "Tanti detenuti sono morti in carcere senza avere le attenzioni della Cassazione. Di sicuro non avevano sulle spalle un numero infinito di efferati e tragici delitti compiuti ed ordinati come quelli del boss corleonese. Grazie a stragisti del calibro di Riina tante famiglie come la mia continuano a piangere i loro cari".

"Dignità, umanità, invocate dalla Corte di Cassazione per il macellaio di via dei Georgofili possono essere esercitate tranquillamente all'infermeria del carcere o in un ospedale attrezzato per il 41 bis. Si può morire dignitosamente ovunque nelle mani di uno Stato, tranne in via dei Georgofili come è avvenuto il 27 maggio 1993 per Dario, Nadia, Caterina, Angela, Fabrizio e quanti ancora oggi spesso non possono condurre la vita che gli resta dignitosamente", è invece la posizione dell'associazione costituita dai famigliari delle vittime della strage di via Georgorfili a Firenze, in cui rimasero uccise 5 persone.

Franco La Torre, figlio di Pio La Torre, ucciso il 30 aprile 1982, ha commentato: "Quando qualche anno fa Provenzano era incapace di intendere e di volere sono stato fra quelli che erano favorevoli a restituirlo ai suoi cari e lo sarei anche oggi se le condizioni di Riina fossero le stesse. Ma non mi pare che sia così".

Le reazioni politiche: da Bindi a Salvini, critiche alla sentenza

Per la presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi, Riina ha diritto alle cure mediche, che può ricevere stando comunque in carcere: “Leggeremo con attenzione le motivazioni della Cassazione. Ma Totò Riina è detenuto nel carcere di Parma dove vengono assicurate cure mediche in un centro clinico di eccellenza. È giusto assicurare la dignità della morte anche ai criminali, anche a Riina che non ha mai dimostrato pietà per le vittime innocenti. Ma per farlo non è necessario trasferirlo altrove, men che meno agli arresti domiciliari, dove andrebbero comunque assicurate eccezionali misure di sicurezza e scongiurato il rischio di trasformare la casa di Riina in un santuario di mafia. Dopo terribili stragi e tanto sangue, il più feroce capo di Cosa Nostra è stato assicurato alla giustizia e condannato all’ergastolo, anche se vecchio e malato, la risposta dello Stato non può essere la sospensione della pena”, ha commentato Bindi.

"Sembra di assistere ad una nuova trattativa che lascia angosciati e preoccupati. Il carcere è il luogo in cui deve rimanere ristretto uno dei più sanguinari boss di sempre", sostengono i parlamentari del Movimento 5 Stelle. Dello stesso avviso è il senatore Gasparri: “Riina sta male? Ci sono carceri attrezzate per l’assistenza medica necessaria", mentre il leader della Lega Nord Matteo Salvini su Facebook ha commentato: "Secondo la Corte di Cassazione il signor Totò Riina, mafioso assassino condannato a decine di ergastoli, avrebbe diritto a morire dignitosamente e quindi a uscire di galera. Non ho parole. Anche le decine di morti ammazzati che pesano sulla sua coscienza, comprese donne e bambini, avrebbero avuto diritto di vivere dignitosamente. Fine pena mai, per Riina e per quelli come lui!!! La Lega è pronta a dare battaglia, in ogni sede".

 “Sul caso Riina bisogna evitare di dare messaggi sbagliati. È chiaro a tutti che il diritto alle cure mediche non può essere negato a nessuno, Riina compreso, ma da qui a tirar fuori un profilo quasi pietoso del boss ce ne passa. Il sistema carcerario italiano è in grado di garantire le cure necessarie ai detenuti. Riina è un carnefice spietato e ancora pericoloso. Per cui è necessario non dare segni di debolezza che potremmo pagare amaramente”è la posizione del senatore dem Giuseppe Lumia.