Le mascherine "fai da te", così come sciarpe e foulard, non sono strumenti adeguati a proteggere dal coronavirus. A ribadirlo è stato il dottor Francesco Saverio Violante, direttore della Medicina del lavoro del policlinico Sant’Orsola di Bologna, docente all’Alma Mater, e responsabile dei laboratori che, grazie a test specifici, validano le nuove mascherine chirurgiche prodotte da aziende riconvertite alla produzione dei dispositivi di protezione personale per far fronte all’emergenza sanitaria da Covid-19. L'iter prevede che solo i prototipi che hanno il via libera possano essere commercializzati, non prima della definitiva approvazione dell'Istituto Superiore di Sanità.

Il dottor Violante, interpellato dall’AGI, giudica “razionale” il provvedimento della Lombardia sull’obbligo dell’utilizzo delle mascherine per tutti i cittadini soprattutto nelle situazioni che non permettono di rispettare la prima delle precauzioni: il distanziamento sociale. “Se si è a congrua distanza il fatto di indossare una mascherina non è così rilevante ma – ha precisato l’esperto – se questa condizione viene meno, ad esempio, sui mezzi pubblici o in ascensore, è una misura razionale e probabilmente efficace”. La mascherina “nella sua apparente semplicità – ha spiegato Violante – è un prodotto tecnologicamente complesso perché il materiale tessile deve conciliare due principi che vanno l’uno contro l’altro, ovvero, l’alta respirabilità e allo stesso tempo l’alto coefficiente di filtrazione batterica”.

Per questa ragione, “non si possono realizzare mascherine fai da te. Bisogna utilizzare materiali idonei e specifici. Su questo il Policlinico di Torino, che collabora con noi, sta facendo una attività molto importante sui tessuti per selezionare quelli che meglio possono superare i test”. Se dal punto di vista della manifattura la mascherina è un prodotto “abbastanza semplice, a portata di una sarta” il problema è “l’utilizzo di materiale tessile idoneo a superare i test richiesti da standard europei”. Attualmente sono un centinaio le aziende italiane che hanno fatto richiesta per la validazione delle neo-mascherine chirurgiche. Tra queste, importanti marchi come Automobili Lamborghini ma soprattutto piccole e medie imprese. E i prodotti che hanno ottenuto il semaforo verde si contano sulle dita di una mano. “Al momento meno del 50 per cento delle mascherine ha superato i test”, ha spiegato il medico. Nello specifico “le mascherine chirurgiche devono rispondere ad uno standard europeo che definisce le due caratteristiche essenziali che sono da un lato la respirabilità  e dall’altro la capacità di filtrare batteri: un grado del 95% per i dispositivi destinati ai pazienti e del 98% per gli operatori sanitari”. Per finire  ci sono altri due ‘esami’ da sostenere per i prototipi: “La resistenza agli schizzi di sangue sintetico e la determinazione della carica microbica totale all’interno di una mascherina”.