“Io, sfollata due volte a Niscemi: ho perso la casa 30 anni fa e ora rivivo lo stesso trauma”

Era il 13 ottobre 1997, Francesca Aparo aveva poco più di vent’anni, quando per la prima volta ha visto crollare sotto i suoi piedi ogni certezza: “Vivevamo alle spalle della chiesa Santa Croce che per prima ha avuto una spaccatura e da dove si è aperta la voragine. La nostra casa era lì davanti, nella piazzetta antistante la chiesa. Siamo dovuti scappare, siamo rientrati solo per qualche ora per recuperare i mobili e i nostri effetti personali e poi non abbiamo più rivisto quella casa”, racconta a Fanpage.it la donna oggi 50enne e ancora residente a Niscemi.
Da lunedì si trova esattamente nella stessa situazione in cui si trovava trent’anni fa: sfollata, ferita e disperata.
“Il ricordo del trauma del ‘97 è tornato prepotentemente alla memoria in questi giorni. Lunedì sera ci hanno detto che dovevamo andare via da casa nostra che si trova a 40 metri dalla linea dell’attuale frana”, continua Francesca.
Tutto, infatti, ha avuto inizio quel 13 ottobre del 1997 quando il dissesto colpì i quartieri Sante Croci, Pirillo e Canalicchio della città di Niscemi, abbattendo 48 edifici e costringendo circa 400 persone a lasciare le proprie case. Per tredici mesi la zona è rimasta sotto regime d'emergenza, ma senza che venisse avviata una vera messa in sicurezza del terreno. Di un ambizioso stanziamento regionale da 14,5 milioni di euro gestito dalla Protezione Civile, alla fine è rimasta traccia solo in un terrazzamento superficiale, rivelatosi poi insufficiente a fermare l’ultima frana che ha colpito Niscemi quattro giorni fa. La parte cruciale dei lavori sul costone è stata ignorata per anni e l'intero appalto è stato cancellato nel 2010, ufficialmente per i ritardi accumulati dall'impresa appaltatrice.
Francesca allora è costretta a vivere in affitto per sei anni prima di prima di poter comprare un’altra casa che rispettasse tutti i parametri richiesti dallo Stato. “Abbiamo comprato casa vicino al Belvedere, una casa perfettamente in regola che ci è stato permesso di acquistare con una parte di risarcimento a cui avevamo diritto, perché ci hanno risarcito fino a un tetto massimo di 200 metri quadrati ma la nostra casa era di 400 metri quadrati. Quindi già a quell'epoca abbiamo subito un'ingiustizia perché comunque metà casa comprata con i soldi sacrificati di mio padre è andata perduta. – continua la donna. – Ma abbiamo voluto dare importanza alla vita che in quel momento ci era stata risparmiata e abbiamo deciso di voltare pagina e di dimenticare questa ingiustizia subita. Quindi siamo andati avanti nella nostra vita, abbiamo cercato di amare la nostra nuova casetta, ci siamo affezionati, abbiamo fatto anche dei lavori, cambiato infissi, i bagni. E ora di nuovo ci ritroviamo nella stessa situazione, siamo di nuovo in zona rossa”.
Nonostante la zona fosse già classificata con il massimo livello di allerta idrogeologica da circa dieci anni, infatti, un nuovo smottamento nel 2014 portò l'amministrazione regionale a programmare un investimento di 9 milioni di euro.
Questi fondi erano destinati alla stabilizzazione del torrente Benefizio e alla creazione di sistemi di drenaggio e gestione delle acque piovane; tuttavia, anche questo piano naufragò. Un destino simile è toccato agli 8 milioni di euro stanziati tra il 2020 e il 2024: pensati per potenziare i canali di scolo dopo i lavori sulla strada provinciale 12, tali fondi non sono mai stati trasformati in interventi reali. Persino il piano di consolidamento per l'area della frana del 1997 e del corso d'acqua limitrofo redatto nell'agosto 2025, è rimasto ad oggi del tutto inattuato.
“Ricordo che nelle varie riunioni a cui partecipavamo si parlava di piantumazione, si parlava di sostegno, si parlava di riqualificazione del quartiere. Sono state demolite alcune case, per la messa in sicurezza, tra queste c'era anche la mia. Ma andavano fatti lavori di contenimento, se qualcuno non li ha fatti o non li ha potuti fare adesso sarebbe bello sapere il perché”, commenta Francesca.
Inoltre, tra i 46 diversi piani d'intervento approvati per arginare il dissesto idrogeologico nell'isola tramite il PNRR, nessuno di questi ha riguardato Niscemi. Nonostante il territorio sia stato colpito da due gravi eventi franosi nell'ultimo trentennio e mantenga una classificazione di rischio "molto alta", il comune è stato escluso dalla ripartizione dei 99,3 milioni di euro previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, di cui circa il 43,7% risulta già distribuito.
Intanto gli affitti a Niscemi stanno salendo alle stelle, esattamente come successe già nel 1997, “allora se una casa era affittata a 250.000 lire, dopo la frana costava il doppio affittarla, se una casa valeva 100 milioni poi la vendevano a 200 milioni”.
Adesso Francesca spera solo di poter comprare una casa fuori da Niscemi: “Chiedo a chi adesso deve prendere delle decisioni di non limitare l'acquisto al territorio niscemese come è stato fatto nel '97. Allora io avevo comprato in una zona che era sicura, dopo 28 anni devo di nuovo andarmene. Allora a questo punto mi chiedo se rispetto al '97 sarà possibile avere il via libera per comprare altrove, fuori da questa collina”, commenta.
“Certi dolori rimangono impressi”, conclude la donna rifugiata a casa di un’amica, “forse uno vuole dimenticarli ma non si dimenticano perché graffiano l'anima e non c'è nessuna medicina, nessun modo per lenire le sofferenze di chi perde tutto per ben due volte. Come quando avevo 27 anni, adesso mi ritrovo di nuovo al punto di partenza”.