Serve una posizione comune europea ambiziosa. Le aziende devono pagare le tasse dove hanno effettivamente i loro guadagni”. A chiederlo è il Parlamento europeo con una risoluzione “sull’equità fiscale in un’economia digitalizzata e globalizzata”, adottata a Strasburgo con 479 voti a favore, 141 contrari e 69 astensioni (Lega e Fratelli d’Italia). Eppure il testo approvato è tutt’altro che coraggioso e non sembra colmare i vuoti legislativi neanche nelle dichiarazioni di intenti.

Durante il dibattito in aula la presidente della Commissione affari monetari, Irene Tinagli (Pd) aveva dichiarato che “mentre i cittadini, i consumatori e le piccole aziende pagano le loro quote con imposizioni fiscali del 40% o più, molte multinazionali non lo fanno”, ci si sarebbe quindi aspettati che il Parlamento UE, in vista dei negoziati che si svolgono a livello Ocse (organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), potesse indirizzare l’Unione nell’indicare una tassazione minima per le imprese. Non è andata così: ci si è bloccati sulla richiesta di “stabilire un minimo” mentre tutti gli emendamenti che proponevano cifre concrete sono stati bocciati dall’aula. La modifica proposta dal GUE/NGL si attestava sul 25% e ha visto il fragoroso No di più dell’80% dell’aula tra cui Pd, Lega e Fratelli d’Italia. Negativo anche il tentativo proposto dai Verdi di fissare il limite al 20%. I socialisti (gruppo dentro il quale siede il Pd) avevano invece fissato l’aliquota minima al 18%, una cifra sotto l’attuale media europea che si attesta al 21% e ben 6 punti più bassa di quanto attualmente previsto in Italia. Le multinazionali rimarrebbero quindi molto lontane dalla pressione fiscale di “cittadini e consumatori”. Nonostante questo neanche l'ultima percentuale proposta ha trovato il favore dell’aula e l’emendamento è stato bocciato da 399 deputati che hanno votato contro e 54 che si sono astenuti, tra questi Fratelli d’Italia e la Lega. I Cinque Stelle hanno votato a favore di ogni proposta, mentre il Pd si è spaccato sulla modifica dei Verdi-

La mancanza di un accordo sulle cifre da proporre preoccupa, ma l’insidia più grande nel testo è l’assenza di chiarezza tra tassazione effettiva e tassazione nominale. “Una volta che ci siamo chiariti sul principio, le cifre arriveranno, non credo che a nessuno interessi porre soglie troppo basse, quello che preoccupa di più è che non si è ancora risolta l’ambiguità più grande: questo limite riguarda l’aliquota effettiva, ossia quello che pagano realmente le aziende o quella nominale, cioè quella a cui vengono poi applicati sgravi fiscali e benefit?”, commenta Jose Gusmao, economista e deputato portoghese del Bloco de Esquerda.

Questo voto arriva mentre in Italia si discute di Webtax e nel momento in cui in sede Ocse è stata avanzata la proposta GlObe (Global Anti-Base erosion proposal) che cerca di scongiurare il rischio di una corsa al ribasso delle aliquote delle imposte di redditi delle società nelle varie giurisdizioni. Quello che più comunemente viene definito “dumping fiscale” e che permette alle grandi multinazionali (del web e non solo) di eludere le tasse. Un meccanismo che crea all’Italia danni tra i 5 e gli 8 miliardi di dollari all’anno, come aveva già denunciato a luglio il presidente dell’Antitrust Rustichelli, snocciolando gli impressionanti dati sugli investimenti esteri: l’Italia ne attira per il 19% del suo Pil, il Lussemburgo va oltre il 5.760%, segue l’Olanda con il 535% e l’Irlanda con il 311%

Il Commissario all'economia Paolo Gentiloni ha promesso a Strasburgo che se entro la fine del 2020 non ci sarà una soluzione a livello internazionale allora ci penserà la Commissione a legiferare. Una garanzia che nasconde l’impotenza politica della Commissione, visto che ci sono ben due proposte relative alla tassazione dell’economia digitale che sono bloccate in sede di Consiglio. “Quella dell’accordo internazionale è puramente un’utopia – spiega Gusmao – è chiaro che alcune giurisdizioni si rifiuteranno sempre. Si potrebbe iniziare a fare qualcosa a livello europeo, ma molti Stati non vogliono rinunciare ai loro schemi aggressivi per attrarre capitali, altri ancora, come la Germania, non prendono posizione e tutti rimaniamo bloccati. Basterebbe la metà dei soldi che perdiamo ogni anno per finanziare, per esempio, il green new deal appena proposto dalla Commissione”