Stuprava le donne, le soffocava le fotografa, smembrava i corpi, e conservava i loro feticci. Ma oggi è cambiato e vuole uscire. Gianfranco Stevanin, il serial killer del Nord est, il sadico sessuale che ha ucciso sei vittime accertate, ha chiesto un cambiamento della misura detentiva a cui è sottoposto nel carcere dei Bollate, dove sconta la condanna all'ergastolo per i brutali omicidi commessi tra il 1993 e il 1994 a Terrazzo (Verona). Stevanin, che parla attraverso il suo legale, l'avvocato milanese Francesco D'Andria, ha chiesto di poter usufruire di permessi che gli consentano di lasciare il penitenziario per andare in comunità. Brevi permessi, niente di più, che gli diano la possibilità di svolgere piccoli lavoretti e rendersi utile a 59 anni, 25 dei quali trascorsi dietro le sbarre.

Il Landru della Bassa, come i giornali soprannominarono Gianfranco Stevanin, quando nella sua casa sua venne trovato il book con gli scatti dell'orrore, si dice cambiato. Questo, per un giudice di sorveglianza, però, non basta e infatti a constatare questo cambiato, sarà la perizia psichiatrica proposta dal suo legale. "Sono consapevole che quest’uomo evochi tutto ciò che di oscuro si può nascondere nell’animo umano – ha detto l'avvocato di Stevanin a Corriere.it – ma a distanza di un quarto di secolo da quella serie di omicidi, le suggestioni devono lasciare spazio alla realtà: Stevanin non è più ‘il mostro', ma un uomo che sta pagando il suo conto con la Giustizia". "Da Donato Bilancia a Pietro Maso – ha sottolineato – per non parlare di mafiosi e camorristi, tutti hanno ottenuto i benefici penitenziari. Tutti, tranne il mio cliente. È giunta l’ora che anche a lui sia riconosciuto il diritto di trascorrere qualche ora fuori dal carcere".

L'avvocato Francesco D’Andria propone, dunque, che un team di consulenti composto da psicologi e criminologi possa constare se Stevanin sia ancora un uomo socialmente pericoloso. La domanda è proprio questa: possono 25 anni di carcere rendere inoffensivo un soggetto caratterizzato da una parafilia sessuale come quella che spingeva Stevanin a fotografare i cadaveri delle sue vittime in pose sessuali (come fece con l'austriaca Roswita Adlassnig)? Del resto, anche durante il processo, la difesa di Stevanin insistette sull'infermità mentale, sull'inquietante incidente d'auto avuto in gioventù – quello che gli ha procurato la famigerata cicatrice a forma di ‘C' sulla tempia – sul danno neurologico subito dall'imputato e sul modo in cui aveva influito sulla sua personalità. La tesi fallì e Stevanin venne condannato per i reati di stupro, omicidio e occultamento di cadavere.

La richiesta dei permessi non è recente, ma finora Stevanin non ha avuto fortuna. "Sono quasi due anni che cerco una comunità che possa accogliere Stevanin in occasione di un eventuale permesso premio – dice ancora il suo legale – ma tutte mi hanno sbattuto le porte in faccia. Lancio quindi un appello pubblico a don Antonio Mazzi, visto che sto ancora aspettando una risposta dalla sua associazione: non prenda in carico solo i “belli e dannati” alla Fabrizio Corona, ma anche chi, come Giafranco Stevanin, è soltanto un “dannato”".

La notizia non può non rievocare un agghiacciante precedente della cronaca nera italiana, ovvero quando a ottenere la semilibertà, con affidamento a una cooperativa, fu il mostro del Circeo, Angelo Izzo. Anche lui aveva scontato 26 anni di carcere quando a Ferrazzano, dove era stato affidato alla Copperativa Città futura, uccise una madre e sua figlia di 12 anni. Oggi Izzo sconta un cumulo di ergastoli nel carcere di Campobasso.