Il racconto dell’omicidio di Mauro Rostagno, giornalista ucciso dalla mafia: “Non si sa chi gli ha sparato”

"Qualcuno ha sparato e di certo non l'unico condannato". A Fanpage.it parla il genetista Francesco De Stefano, uno dei due consulenti della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo che indagò sul delitto del giornalista Mauro Rostagno. Era il 26 settembre del 1988: viene assassinato in un agguato mafioso in contrada Lenzi a Valderice nel Trapanese.
Nelle indagini ci furono troppe anomalie e depistaggio per allontanare gli inquirenti dalla pista su Cosa Nostra. Il processo sul delitto iniziò 23 anni dopo. Dopo tre anni la Corte d'Assise di Trapani nel maggio 2014 condannò all'ergastolo i boss trapanesi Vincenzo Virga e Vito Mazzara. In Appello venne confermata la condanna per il primo, Mazzara invece venne assolto. I sospetti che a sparare fosse stato lui non vennero confermati. Resta quindi sconosciuto l'esecutore materiale dell'omicidio.
Oggi Mauro Rostagno avrebbe compiuto 84 anni. Ma quali furono le anomalie? Perché era stato ucciso il giornalista? A Fanpage.it ha spiegato tutto il dottore Francesco De Stefano.
In cosa è consistito il suo lavoro sull'omicidio di Rostagno?
Sono stato nominato consulente, insieme a Carlo Previderé, dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo. Siamo intervenuti sia nel processo di primo grado che in quello d'Appello. Il pubblico ministero che ha seguito il caso era Calogero Paci, l'attuale procuratore capo di Reggio Emilia. Erano stati analizzati, a distanza di 25 anni dal delitto, frammenti di legno del sottocanna di un fucile che erano stati trovati sul luogo del delitto e su cui era stato chiesto ai periti di lavorare per capire se era possibile estrarre un DNA. Se ci fosse il materiale genetico di chi ha maneggiato l'arma. Sapevano che chi ha sparato con il fucile ha prodotto un'esplosione del sottocanna, cosa che può accadere. L'omicida non si sarebbe ferito perché non avevamo trovato sangue sui resti. Il fucile non è stato trovato sulla scena del delitto, ma solo alcuni frammenti di legno. La persona condannata in primo grado e assolta in Appello era Vito Mazzara, si ipotizzò che era stato lui a sparare.
Cosa ha trovato nelle sue analisi?
Abbiamo trovato carattere di DNA che poteva appartenere a chi aveva usato il fucile con una certa probabilità che però non era altissima. Era frammisto. Negli atti processuali ci sono circa 300 pagine che hanno spiegato il peso scientifico della prova del DNA all'interno del processo. Durante il primo grado, ero consulente dell'accusa. La situazione era complicata, in Tribunale si era parlato molto di queste analisi. Oltre a quella parte di fucile, erano stati analizzati anche i tamponi fatti all'imputato e a tutti quelli che erano intervenuti sul luogo del delitto e hanno maneggiato i reperti.
Chi erano e perché sono state fatte analisi anche su di loro?
Come si vede nelle foto del giorno del delitto allegate al fascicolo, chi era intervenuto non aveva usato i guanti. Toccando tutto senza protezione. Tra questi anche i carabinieri: eravamo a fine degli anni '80, la sensibilità sulla scena del crimine non era come quella di adesso. Nelle foto si vedono carabinieri che prendono senza guanti questo sottocanna di fucile. Erano stati sottoposti a prelievo otto investigatori presenti sul luogo e quindi è stato analizzato anche il loro DNA per compararlo con i risultati ottenuti dalle analisi sui frammenti di legno. Era un lavoro impegnativo che ci aveva obbligato anche a confrontarci tra tutti noi consulenti del processo.
Su l'unico che è stato condannato in via definitiva, ovvero il boss di Trapani Vincenzo Virga, avevate trovato qualcosa?
No, dal punto di vista genetico nulla.
Perché le indagini e il processo su questo caso sono durati così a lungo, quali erano i punti oscuri?
Per quello che si legge nella sentenza, soprattutto di primo grado, erano state affrontate anche le dinamiche storiche di mafia. C'è chi ha pensato però che il colpevole era da cercare nella comunità Saman, ovvero quella gestita anche da Rostagno. Ci sono stati alcuni depistaggi. In molti negavano la matrice mafiosa e invece bisognava cercare subito in Cosa Nostra.
Nella sentenza si fa riferimento anche alla borsa che il giornalista portava sempre con sé, era stata prelevata sul luogo del delitto: l'auto usata per l'attentato aveva i vetri posteriori con due buchi, uno da colpo di fucile e uno da colpo di pistola. Sul sedile c'erano molti vetri dovuti ai due spari, tranne che sulla borsa posizionata tra il sedile posteriore e quello anteriore dove i vetri erano sotto. A dimostrazione che qualcuno aveva prelevato la borsa, l'aveva svuotata e poi di nuovo posizionata.
Cosa c'era all'interno della borsa di Rostagno?
Si ipotizzò ci fossero una o più videocassetta su cui lui registrava le puntate che poi mandava in onda su Tele Scirocco. Chissà cosa c'era su quella cassetta. Nelle puntate precedenti però aveva anticipato che avrebbe mostrato le prove di alcune sue rivelazioni: aveva accusato agenti dei servizi segreti di avere rapporti con alcune persone vicine alla mafia. I documenti prelevati da quella borsa non sono mai stati più trovati. La sentenza di primo grado sembra un trattato di storia patria.
Solo Virga è stato condannato in via definitiva, secondo lei non era l'unico?
Qualcuno ha sparato e non certamente Virga. Mazzara era stato condannato in primo grado e assolto in Appello forse più sul dubbio che sulla certezza che non fosse stato lui.