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3 Aprile 2018
19:29

Il paradossale governo del biotestamento che nega ai malati la libertà di decidere come morire

Con questo ultimo atto, il governo Gentiloni mette nero su bianco una volontà ben precisa, ovvero che l’individuo non può decidere per sé, non può decidere quando è arrivato il momento di porre fine alle proprie sofferenze ma è legato fino alla morte alla volontà suprema dello Stato che non intende permettere nemmeno la morte in esilio, in un’altra nazione più civile, perché chiunque voglia aiutare quell’individuo stremato a raggiungere la Svizzera o qualsiasi altro Paese con una legislazione all’avanguardia, rischia di finire in carcere per 12 anni per avergli permesso di realizzare il proprio desiderio, per avergli permesso di essere libero fino alla fine.
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A nulla sono valsi gli appelli, a nulla sono valse le reazioni dell'opinione pubblica rispetto al caso di Dj Fabo o al diritto all'eutanasia e al suicidio assistito. Nonostante i pm di Milano avessero chiesto l'assoluzione di Marco Cappato e i giudici della Corte d'Assise avessero sollevato la questione di legittimità costituzionale non procedendo con la condanna di Cappato per aiuto al suicidio, il governo, proprio nell'ultimo giorno a sua disposizione, ha dato mandato all'Avvocatura di Stato di difendere davanti alla Corte Costituzionale la legittimità del reato, di fatto costituendosi a difesa di un principio evidentemente anacronistico. Il governo che ha approvato una serie di leggi per la concessione di vari diritti civili, tra cui le unioni civili e lo stesso biotestamento, ha deciso di procedere davanti alla Corte Costituzionale con la difesa di un reato che prevede fino a 12 anni di carcere per chi, come Marco Cappato, aiuta un malato terminale a porre fine alle proprie sofferenze.

La storia di Dj Fabo è tristemente famosa in Italia: Fabiano Antoniani, divenuto cieco e tetraplegico in seguito a un gravissimo incidente stradale, ha chiesto a Marco Cappato di aiutarlo a ottenere il suicidio assistito in Svizzera nel pieno delle sue facoltà psichiche, trattamento ottenuto nel febbraio 2017 presso la clinica Dignitas. Dj Fabo morì, dopo anni di atroci sofferenze e di lotte contro l'assurda mancanza di una legge a tutela del diritto a scegliere come morire e come porre fine alle proprie sofferenze, in esilio. Perché questo accade in Italia, nel 2018: il diritto all'eutanasia non esiste e, nonostante l'approvazione del biotestamento, non esisterà probabilmente ancora per molti anni. Il malato può ora decidere di rifiutare certi tipi di terapie come l'idratazione e la nutrizione forzata, ma non può in alcun modo ricorrere a metodi meno invasivi per porre fine alla propria esistenza, spesso segnata da atroci dolori.

Per l'attuale articolo 580 del codice penale, il gesto compassionevole e di disobbedienza civile messo in atto da Marco Cappato è né più né meno paragonabile al reato commesso da chi spinge qualcuno a suicidarsi, rafforzandone i propositi magari anche attraverso manipolazione. Nulla conta, per lo Stato, il fatto che Dj Fabo, come molti altri malati terminali, avesse chiesto e desiderato con tutte le sue forze di porre fine alla propria esistenza, per la legge attuale, che il governo vuole strenuamente difendere, conta solamente l'esito dell'atto. Dj Fabo è morto perché Cappato l'ha aiutato ad arrivare nella clinica svizzera, il suo volere non conta nulla per la legge.

Come rimarcato da Filomena Gallo, la decisione del governo è legittima, è nei suoi poteri, ma è anche assolutamente politica: con questo ultimo atto, il governo Gentiloni mette nero su bianco una volontà ben precisa, ovvero che l'individuo non può decidere per sé, non può decidere quando è arrivato il momento di porre fine alle proprie sofferenze ma è legato fino alla morte alla volontà suprema dello Stato che non intende permettere nemmeno la morte in esilio, in un'altra nazione più civile, perché chiunque voglia aiutare quell'individuo stremato a raggiungere la Svizzera o qualsiasi altro Paese con una legislazione all'avanguardia, rischia di finire in carcere per 12 anni per avergli permesso di realizzare il proprio desiderio, per avergli permesso di essere libero fino alla fine.

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Milanese, classe 1987, da sempre appassionata di politica. Il mio morboso interesse per la materia affonda le sue radici nel lontano 1993, in piena Tangentopoli, grazie a (o per colpa di) mio padre, che al posto di farmi vedere i cartoni animati, mi iniziò al magico mondo delle meraviglie costringendomi a seguire estenuanti maratone politiche. Dopo un'adolescenza turbolenta da pasionaria di sinistra, a 19 anni circa ho cominciato a mettere in discussione le mie idee e con il tempo sono diventata una liberale, liberista e libertaria convinta.
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