Il padre del carabiniere suicida Dino Gaudio: “Vessato da un superiore, ci siamo opposti all’archiviazione”

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In foto, il maresciallo Adinolfi Gaudio.
In un’intervista a Fanpage.it Antonio Gaudio racconta la storia del figlio Dino, maresciallo dei carabinieri suicidatosi a 27 anni nel 2023. Il padre denuncia le presunte vessazioni subìte da un superiore: “Quando riceveva le sue chiamate gli tremavano le mani per l’ansia”.

Adinolfi Gaudio, detto "Dino", aveva 27 anni quando il 30 ottobre del 2023 venne trovato senza vita nella Caserma dei Carabinieri di Casumaro, in provincia di Ferrara. Il suo fu un gesto volontario, che il maresciallo decise di compiere al termine di un turno di lavoro con la sua pistola d'ordinanza. Sulla sua morte la Procura di Ferrara aprì un'indagine per istigazione al suicidio, iscrivendo un superiore nel registro degli indagati, per poi chiedere l'archiviazione del caso ritenendo il gesto "non prevedibile". Una tesi a cui la famiglia si è sempre opposta.

Agli atti dell'inchiesta si incrociano le perizie della magistratura, i referti medici e le testimonianze dei colleghi del giovane, che Fanpage.it ha potuto visionare. A ripercorrere la vicenda è il padre, Antonio Gaudio, che in quest’intervista denuncia un presunto clima di pressione psicologica che, secondo la sua ricostruzione, avrebbe travolto il figlio negli ultimi mesi di servizio prima del tragico epilogo: "Quando arrivavano le telefonate di quel superiore, gli tremavano persino le mani per l'ansia prima di rispondere. Vogliamo che la sua storia non venga dimenticata".

Facciamo un passo indietro. Qual è stato il percorso di suo figlio nell'Arma dei Carabinieri prima dell'assegnazione a Casumaro?

Mio figlio era già carabiniere semplice prima di vincere il concorso da maresciallo. Aveva svolto due anni a Firenze: il primo anno alla stazione Legnaia e il secondo al Battaglione. Dopodiché ha vinto il concorso per la Scuola Marescialli, durata tre anni. Nel 2023 ha terminato il percorso di studi ed è stato destinato alla stazione di Casumaro, sotto la Compagnia di Cento.

Prima di questo trasferimento, aveva mai manifestato segnali di malessere o disagio psicologico?

Assolutamente no. Durante gli anni a Firenze usciva regolarmente con i colleghi ed era sereno. La sua aspirazione era arrivata al punto d'arrivo. Ci teneva molto a diventare carabiniere, tanto da aver rifiutato il concorso in Polizia pur di entrare nell'Arma. Anche durante i tre anni di scuola il clima era tranquillo, ci sentivamo tutti i giorni e conduceva una vita normale, anche dal punto di vista sociale.

Quando sono iniziate le prime difficoltà?

Dopo aver ricevuto il trasferimento a Casumaro. I primi tempi andava tutto bene: dopo una ventina di giorni in alloggio di servizio aveva preso una casa in affitto insieme alla sua fidanzata. Poi sono iniziati i primi problemi con un suo superiore. Mio figlio si lamentava delle continue chiamate e delle ramanzine su qualsiasi cosa facesse. I contrasti avvenivano soprattutto sulla gestione del cosiddetto "specchio", ossia la programmazione dei riposi settimanali.

Ci spieghi meglio.

Mio figlio aveva ricevuto fin da subito molte responsabilità. Era l'ultimo arrivato ma sostituiva il comandante effettivo, che era in missione all'estero, e prima di inviare i turni si confrontava spesso con lui, proprio per non sbagliare. Dalla stazione gli dicevano che era tutto in regola, ma per il suo superiore ciò che faceva non andava mai bene e in un'occasione gli ha persino riattaccato il telefono in faccia.

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Adinolfi Gaudio insieme alle sue sorelle, nel giorno del giuramento.

Da quali elementi avete dedotto il suo malessere?

Riferiva di sentirsi sminuito nel suo lavoro, nonostante avesse titoli di studio, laurea e un'ottima preparazione. Negli ultimi tempi la fidanzata mi ha raccontato che, quando riceveva le telefonate da parte di quell’uomo, gli tremavano persino le mani per l'ansia e si trovava costretto a mettere il vivavoce.

Lei ha inviato a Fanpage un certificato medico rilasciato da un ospedale di Napoli, che risale al 13 ottobre 2023. Circa due settimane prima del gesto. In esso si attesta che suo figlio soffrisse di "attacchi di panico e insonnia".

Sì, abbiamo rintracciato quel certificato rilasciatogli circa venti giorni prima dei fatti. Il documento riferisce uno stato di ansia e depressione che mio figlio riteneva fosse dovuto a problematiche lavorative. Il medico aveva anche evidenziato deficit di attenzione e concentrazione, unitamente a un tono dell'umore deflesso con apatia. Non sapevo niente di quella visita, Adinolfi non me ne aveva parlato.

Ritiene che il gesto sia stato pianificato o legato a un momento di impeto?

Per noi si è trattato di un raptus improvviso, privo di premeditazione, visto che la sera stessa aveva concordato con un collega di vedersi a casa sua per giocare alla PlayStation. Quella mattina era stato nuovamente ripreso dal suo superiore per la gestione degli orari e nel pomeriggio avrebbero dovuto sentirsi di nuovo per apportare le modifiche richieste. Lui lo ha poi cercato al telefono, ma quando il fatto si era ormai consumato. L'ansia per quell'appuntamento telefonico e il senso di insicurezza accumulato hanno preceduto quei momenti.

Suo figlio aveva progetti per il futuro al di fuori dell'ambito lavorativo?

Sì. Pochi mesi prima aveva chiesto alla fidanzata di sposarlo e nei giorni di riposo stavano visitando location e chiese per organizzare il matrimonio. Aveva pianificato la sua vita personale nei dettagli.

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La Procura aveva aperto un’inchiesta per istigazione al suicidio, ma poi ha archiviato il caso.

Abbiamo presentato ricorso tramite il nostro legale, ma è stato respinto. Le indagini sono state condotte dallo stesso comando da cui dipendeva la stazione, mentre a nostro avviso sarebbe stato opportuno affidarle a un altro corpo di polizia. Dai verbali delle testimonianze dei colleghi abbiamo riscontrato conferme sui lamenti di mio figlio: diversi militari hanno dichiarato che le disposizioni applicate a lui risultavano più rigide rispetto a quelle riservate ad altri.

Ha mai avuto contatti con il superiore di suo figlio dopo la tragedia?

No. Nelle ore immediatamente successive al fatto, intorno all'una di notte, lui stesso si è recato a casa della fidanzata di mio figlio chiedendo il PIN del suo telefono. Poiché la ragazza non lo conosceva, sono stati effettuati tentativi con la sua data di nascita che hanno finito per bloccare il dispositivo. Si tratta di un accertamento su cui il nostro legale ha sollevato forti perplessità.

Per quale motivo ha deciso di rendere pubblica la vicenda?

Lo ritengo necessario affinché non cali il silenzio su quanto accaduto. Vorrei sollevare l'attenzione sull'impatto che determinati contesti di lavoro possono avere sulla vita delle persone, con la speranza che simili tragedie non si ripetano in futuro.

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