Il mistero della morte del maresciallo Antonino Lombardo: “Sapeva qualcosa su Borsellino, dopo 31 anni l’autopsia”

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Il maresciallo Antonino Lombardo con Paolo Borsellino
Antonino Lombardo aveva contribuito alle indagini per la cattura di Totò Riina, capo di Cosa Nostra, la mafia siciliana. Il 4 marzo 1995 fu trovato morto nella sua automobile, nella caserma dei Carabinieri a Palermo, con una pistola nella mano. La morte venne considerata un suicidio, ma non fu eseguita un’autopsia. Oggi il figlio Fabio racconta in esclusiva a Fanpage.it che quell’esame è stato effettuato solo dopo trentun anni.

Ci sono morti che sembrano avere una spiegazione immediata. Un militare dei Carabinieri viene trovato con un colpo di pistola alla testa, un'arma in mano e una lettera d'addio. Tutto sembra indicare un suicidio. Il caso viene affrontato sulla base di quella prima ricostruzione. Ma che cosa succede se, trentun anni dopo, un giudice considera necessario verificare ancora come sia morto quell'uomo? È esattamente quello che sta accadendo nella vicenda di Antonino Lombardo, maresciallo del ROS, il reparto investigativo dei carabinieri, trovato senza vita il 4 marzo 1995 nella sua automobile, nella caserma Bonsignore di Palermo. Un investigatore che aveva lavorato contro Cosa Nostra, contribuito alle indagini per la cattura di Totò Riina e avuto contatti con alcuni dei personaggi più importanti della storia mafiosa italiana. Secondo la famiglia, Lombardo potrebbe aver raccolto informazioni sulla strage di via D'Amelio, l'attentato del 19 luglio 1992 in cui furono uccisi Paolo Borsellino, il magistrato che indagava sulla mafia, e cinque agenti della sua scorta. Per anni la sua morte è stata considerata un suicidio. Nel 1995 non fu eseguita un'autopsia. Fino a oggi.

La Procura aveva chiesto di chiudere l'indagine senza arrivare a un processo. Il 25 marzo 2026 il giudice per le indagini preliminari di Palermo, Walter Turturici, ha invece disposto altri accertamenti. Tra questi c'erano la riesumazione del corpo e l'autopsia, mai eseguita nel 1995. Fabio racconta che l'autopsia è stata effettuata. Sono in corso anche gli accertamenti tossicologici, che cercano eventuali tracce di farmaci o altre sostanze nei campioni biologici. I risultati complessivi degli accertamenti dovrebbero arrivare nelle prossime settimane. Ma l'immagine più dolorosa, per lui, non è quella delle perizie. È quella della tomba di famiglia che viene riaperta dopo trentun anni. Fabio racconta di aver vissuto quei momenti con una rabbia difficile da frenare: "La bara di mio padre era stata l'ultima a essere deposta nella tomba di famiglia. Avevo paura che il tempo e le infiltrazioni d'acqua l'avessero irrimediabilmente danneggiata. Mentre assistevo alle operazioni continuavo a chiedermi: perché abbiamo dovuto aspettare cosi tanto?". Non è soltanto il dolore di un figlio che deve affrontare di nuovo la morte del padre. È la consapevolezza che un accertamento fondamentale, mai eseguito nel 1995, viene effettuato soltanto adesso, quando il trascorrere del tempo potrebbe aver compromesso una parte delle informazioni scientifiche disponibili.

"Sono 31 anni che lotto. Ho dedicato tutta la mia vita. Quando mio padre avrà giustizia, andrò via dall'Italia" racconta Fabio. La sua convinzione non è mai cambiata. "Dovete smetterla di chiamarlo suicidio o morte sospetta. Scientificamente è un omicidio. La balistica non mente". È una dichiarazione forte, che esprime la posizione del figlio. Non una conclusione giudiziaria definitiva: le indagini sono ancora in corso e i loro risultati dovranno essere valutati dalla magistratura. Ma oggi, rispetto al passato, ci sono nuovi elementi da esaminare.

"Il proiettile non è stato sparato da quella pistola"

La domanda centrale è questa: il colpo mortale partì proprio dalla pistola trovata nella mano del maresciallo? Fanpage.it ha intervistato anche Gianfranco Guccia, l'esperto balistico incaricato dalla famiglia Lombardo. Guccia ha oltre trent'anni di esperienza. La sua conclusione è netta: in base all'esame dei documenti e del proiettile, esclude il suicidio e sostiene la tesi dell'omicidio. Secondo Guccia, il proiettile mortale non fu sparato dalla pistola trovata nella mano di Lombardo. La balistica studia le armi da fuoco, i proiettili e le tracce dello sparo. Il proiettile è la parte della cartuccia che attraversa la canna; il bossolo è l'involucro che rimane dopo lo sparo. Confrontando i segni lasciati dall'arma su questi reperti, gli esperti valutano se un colpo possa partire da una determinata pistola.

"Il proiettile e il bossolo parlano chiaro. La pistola che ha esploso quel proiettile era molto usurata al livello del percussore, un'usura ingiustificata per un'arma affidata a un militare che non spara frequentemente come un carabiniere che ha compiti prettamente operativi. La balistica non mente", insiste Fabio. A Guccia abbiamo chiesto che cosa accadrebbe se un tribunale confermasse la sua ricostruzione e accertasse che Lombardo è stato ucciso. La risposta è stata: "Scoppierebbe un terremoto nazionale mai visto nella storia giudiziaria italiana, come potrebbe concepirsi un omicidio perpetrato da elementi contigui alla mafia entro le mura di quello che era ed è ancora il Comando Provinciale dell'Arma dei Carabinieri?". Quella di Guccia è la conclusione del consulente della famiglia. Gli esiti completi degli accertamenti giudiziari sono ancora in fase di svolgimento.

Se fosse confermato che il colpo mortale non partì dalla pistola trovata nella mano del maresciallo, la ricostruzione iniziale dovrebbe essere necessariamente riesaminata. Resterebbero da chiarire le circostanze della morte e le eventuali responsabilità. Fabio parla anche di un altro sviluppo. "Sono emerse testimonianze importanti che, per ora, sono secretate", spiega, sostenendo che possano cambiare radicalmente la ricostruzione della morte del padre. Non entra nel contenuto di quelle dichiarazioni, proprio perché le indagini sono ancora in corso e vige il segreto investigativo. Per comprendere perché questa vicenda continui a sollevare tanti interrogativi, però, è necessario tornare indietro. Al lavoro di Antonino Lombardo. Ai suoi rapporti con Paolo Borsellino. E soprattutto a ciò che sarebbe accaduto nei giorni precedenti alla morte.

Antonino Lombardo, il maresciallo che aveva contribuito alla cattura di Totò Riina

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Antonino Lombardo in caserma

Antonino Lombardo aveva 49 anni, una moglie e tre figli. Per molti anni aveva comandato la stazione dei carabinieri di Terrasini, in provincia di Palermo. Nell'ambiente investigativo era conosciuto anche come il "Cubano", un soprannome legato alla sua passione per i sigari dell'Avana. Era un investigatore che conosceva bene il territorio in cui lavorava: le famiglie mafiose, i rapporti di parentela, le alleanze, le rivalità, gli uomini vicini ai boss e soprattutto le fonti confidenziali. Per raccogliere informazioni, Lombardo parlava anche con persone dell'ambiente mafioso. Alcune gli passavano notizie riservate: erano i suoi confidenti. Avere questi contatti faceva parte del lavoro investigativo. Il 17 marzo 1995, appena tredici giorni dopo la morte, il generale Mario Nunzella, allora comandante del ROS, il Raggruppamento operativo speciale, reparto investigativo dei carabinieri, viene ascoltato davanti alla Commissione parlamentare Antimafia. Durante l'audizione riconosce che il maresciallo aveva fornito "un significativo contributo informativo per la cattura di Riina". La cattura di Riina, avvenuta il 15 gennaio 1993, fu il risultato del lavoro di più investigatori. Lombardo aveva contribuito a raccogliere informazioni sulle famiglie mafiose che aiutavano Riina a nascondersi. Fabio richiama anche un documento mostrato durante un'intervista a Massimo Giletti, che, secondo il suo racconto, attesterebbe le informazioni investigative già raccolte dal padre a fine luglio. "Un documento, non chiacchiere", sottolinea. E aggiunge: "Tutto documentato, come ho sempre detto, tutto prove".

In seguito Lombardo aveva lavorato anche sulle tracce di altri importanti latitanti, tra i quali Giovanni Brusca. Ed era considerato una figura cardine per i rapporti con collaboratori di giustizia e confidenti. Fra le persone con cui aveva rapporti c'era Salvatore Cancemi, un ex dirigente di Cosa Nostra diventato collaboratore di giustizia. Cancemi aveva deciso di raccontare ai magistrati i fatti di mafia di cui era a conoscenza. Le sue dichiarazioni avrebbero avuto un ruolo importante nelle indagini sulle stragi. Lombardo si era occupato anche di indagini sull'omicidio del giornalista Mino Pecorelli, una delle vicende più controverse della storia giudiziaria italiana. La sua carriera, dunque, lo aveva portato a entrare in contatto con informazioni su importanti organizzazioni mafiose e procedimenti molto delicati.

Il rapporto con Paolo Borsellino: la testimonianza di Piera Aiello

Nel novembre 2021, durante l'audizione dei figli del maresciallo davanti alla Commissione Antimafia, interviene Piera Aiello, testimone di giustizia e allora deputata. Aiello racconta di aver conosciuto Antonino Lombardo il 26 luglio 1991, proprio nella caserma di Terrasini. In quella occasione incontrò anche Paolo Borsellino. Spiega che la struttura era usata per colloqui investigativi riservati. Secondo Aiello, quella caserma era un punto di riferimento per Borsellino e per gli investigatori che lavoravano con lui. Aiello racconta quindi incontri ai quali aveva partecipato personalmente. Fabio ha inoltre raccontato in Parlamento che il padre godeva della fiducia del magistrato e che, quando parlava di mafia, Borsellino prestava particolare attenzione alle sue valutazioni. Ed è proprio attraverso Paolo Borsellino che si arriva a uno degli aspetti più inquietanti dell'intera vicenda.

«Mio padre aveva scoperto chi erano i mandanti e gli esecutori della strage di via D'Amelio»

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Il maresciallo Lombardo nel suo ufficio

È forse la dichiarazione più importante che Fabio Lombardo consegna oggi a Fanpage.it. "Mio padre aveva scoperto i mandanti e gli esecutori della strage di via D'Amelio", sostiene. Fabio racconta che il padre sapesse chi aveva materialmente compiuto l'attentato e soprattutto chi l'aveva ordinato. Secondo il figlio, poco prima di morire Antonino Lombardo era entrato in possesso di informazioni importanti sull'assassinio di Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta. Ma soprattutto avrebbe deciso di parlarne con la vedova del magistrato. Fabio parlò di questa telefonata davanti alla Commissione parlamentare Antimafia il 17 novembre 2021. Spiegò che era stata Agnese Borsellino, nel novembre 2006, a raccontargli una chiamata ricevuta dal maresciallo pochi giorni prima della sua morte, nel 1995. Secondo quanto riferito da Fabio, Lombardo aveva promesso alla vedova che le avrebbe consegnato "su un vassoio d'argento la verità sulla morte di suo marito". Fabio raccontò anche che il padre, subito dopo la strage di via D'Amelio, le aveva promesso che avrebbe contribuito alla cattura di Totò Riina. E quella promessa, attraverso il suo lavoro investigativo, aveva contribuito a mantenerla. Questo non significa che sia stato accertato giudiziariamente che Lombardo conoscesse davvero tutti i responsabili della strage. Bisogna distinguere la promessa di svelare informazioni dalla prova che quelle informazioni fossero effettivamente in suo possesso. Ma il racconto di Fabio assume un peso particolare se si considera ciò che sappiamo oggi delle indagini sull'omicidio Borsellino.

Il falso pentito Scarantino e le verità che Lombardo avrebbe scoperto

La strage di via D'Amelio avvenne il 19 luglio 1992. Alcune delle prime indagini si basarono sulle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, presentato come collaboratore di giustizia. Quelle dichiarazioni si rivelarono false. Il processo sulla strage noto come Borsellino quater e le successive vicende giudiziarie fecero emergere il depistaggio: l'indirizzamento delle indagini verso una ricostruzione falsa. Ancora nel settembre 2026 la Cassazione è intervenuta sul procedimento riguardante tre appartenenti alla polizia accusati di calunnia in relazione a quel depistaggio, confermando la prescrizione dei reati contestati, cioè la loro estinzione per il tempo trascorso. Un capitolo che dimostra quanto sia stata difficile, lunga e tormentata la ricerca della verità sulla strage. Ma quale collegamento avrebbe avuto Antonino Lombardo con queste vicende?

Nel libro In morte di un maresciallo, Massimiliano Giannantoni ricostruisce questa ipotesi: Cancemi avrebbe parlato a Lombardo della falsa pista basata su Scarantino e dei responsabili della strage. È questo l'ipotetico collegamento fra il lavoro del maresciallo e il depistaggio delle indagini. Secondo quella ricostruzione, il maresciallo avrebbe deciso di condividere quanto appreso con Agnese Borsellino. Il libro riporta anche una frase che Lombardo avrebbe pronunciato durante la telefonata: "Tra poco ti svelerò chi ha ammazzato tuo marito, la sua scorta e anche chi sono i mandanti". È necessario precisarlo: non siamo davanti alla registrazione di quella conversazione. Si tratta delle parole attribuite al maresciallo nella ricostruzione dell'autore.

Il figlio Fabio conferma a Fanpage.it la sostanza di questo racconto, sostenendo che il padre avesse individuato mandanti ed esecutori. Resta però da accertare quali informazioni avesse effettivamente ottenuto, se fossero state messe a verbale, a chi fossero state comunicate e se potessero aggiungere elementi concreti alle successive ricostruzioni giudiziarie. La domanda più importante, quindi, non è se sia suggestivo immaginare che Lombardo conoscesse un segreto. È un'altra: esistono documenti o testimonianze in grado di dimostrare che cosa il maresciallo aveva scoperto prima di morire? Perché, se queste informazioni fossero davvero esistite, sarebbe essenziale ricostruirne il contenuto e la destinazione. E soprattutto capire se abbiano avuto una qualche relazione con la sua morte.

Il boss Badalamenti, i viaggi in America e una missione mai conclusa

Lombardo aveva incontrato negli Stati Uniti Gaetano Badalamenti, un boss mafioso detenuto nelle carceri americane. Badalamenti avrebbe potuto dare informazioni sull'omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Il trasferimento in Italia avrebbe permesso di raccogliere le sue dichiarazioni. I viaggi di Lombardo documentati dal comandante del ROS davanti alla Commissione Antimafia risalgono al settembre e al dicembre 1994. Secondo Fabio, il boss aveva posto una condizione per raggiungere l'Italia: essere accompagnato proprio dal maresciallo, che conosceva e del quale si fidava. Il trasferimento era previsto a partire dal 26 febbraio 1995. Il 23 febbraio 1995 Lombardo venne coinvolto in una dura polemica televisiva. Il comando lo sostituì nella missione; Badalamenti non arrivò in Italia. Il 4 marzo il maresciallo fu trovato morto. Nel marzo 1995 Nunzella spiegò al Parlamento che Lombardo era stato sostituito per evitargli ulteriore esposizione pubblica dopo le accuse televisive. Sostenne che il maresciallo avesse condiviso la decisione. Aggiunse che Badalamenti aveva rinunciato al trasferimento su consiglio dei propri avvocati, senza sapere della sostituzione. La famiglia ritiene che il significato di questa successione di eventi debba essere approfondito.

Le accuse in televisione e i sospetti sul lavoro di Lombardo

La puntata di Tempo Reale del 23 febbraio 1995 è uno dei momenti più controversi degli ultimi giorni di vita del maresciallo. Durante la trasmissione condotta da Michele Santoro, Leoluca Orlando, allora sindaco di Palermo, e l'allora primo cittadino di Terrasini Manlio Mele intervengono sulla presenza mafiosa nel territorio. Nel corso della discussione vengono mosse contestazioni nei confronti del precedente comandante della stazione dei carabinieri, riconducibili a Lombardo, con sospetti di rapporti impropri con ambienti mafiosi. Il nome del maresciallo non viene pronunciato esplicitamente in tutti i passaggi, ma i riferimenti lo rendono riconoscibile. Perché un investigatore che lavora contro Cosa Nostra può avere contatti con mafiosi, confidenti e persone legate alla criminalità proprio per raccogliere informazioni.

Il generale Nunzella, davanti alla Commissione Antimafia, ricordò che Lombardo era stato assegnato al ROS per la sua affidabilità e per le sue qualità professionali. E riferì che le verifiche su precedenti accuse anonime contro il sottufficiale ne avevano mostrato l'infondatezza. Eppure l'esposizione televisiva aveva già prodotto conseguenze. Nel colloquio con i propri superiori, Lombardo avrebbe parlato di "delegittimazione televisiva" e di uno scontro ad altissimo livello, senza specificare ulteriormente a che cosa intendesse riferirsi. Il fatto che quelle parole siano riportate nel resoconto parlamentare del 1995 rende il passaggio significativo. Significa che il maresciallo percepiva la vicenda televisiva come un problema serio per il proprio buon nome e per il lavoro investigativo. Non significa, naturalmente, che la trasmissione abbia provocato la sua morte o che fosse parte di un progetto criminale. Ma dimostra quanto possano essere pesanti le conseguenze di un'accusa pubblica quando viene pronunciata davanti a milioni di spettatori.

"Mio padre è il mio eroe"

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Antonino Lombardo con il figlio Fabio

Dietro questa storia c'è però anche un'intera vita trascorsa a cercare risposte. Fabio racconta di aver dedicato più di trent'anni alla ricerca della verità. Ha studiato atti, incontrato persone, cercato documenti, parlato con investigatori, consulenti e testimoni. E dice di aver imparato, proprio attraverso l'esempio del padre, quanto sia importante non fermarsi alle apparenze. "Il mio sogno era fare il carabiniere, seguire le orme di mio padre. Mio padre è il mio eroe. Voglio la verità" Non è soltanto una frase affettuosa. Per Fabio il maresciallo rappresentava l'idea stessa di ciò che avrebbe voluto diventare: un uomo capace di dedicare la propria vita al lavoro investigativo, senza sottrarsi alle difficoltà. Ma la morte del padre ha trasformato quel sogno in un'altra missione. Cercare di capire ciò che è accaduto la sera del 4 marzo 1995. E, soprattutto, ottenere una spiegazione che possa reggere al confronto con le prove.

La sua determinazione traspare anche dal modo in cui racconta di essersi avvicinato alle persone coinvolte, direttamente o indirettamente, nelle vicende professionali del padre. "Se vuoi arrivare a una verità scomoda, tieniti gli amici vicini, ma i nemici ancora di più. Ho baciato anche nemici di mio padre. E ricorda, io parlo solo se ho prove e riscontri". È una frase che restituisce bene il carattere della sua battaglia. Per cercare risposte, sostiene di essere stato disposto a confrontarsi anche con persone verso le quali nutriva una profonda diffidenza. Ma è proprio l'ultima parte della sua dichiarazione a richiamare una regola fondamentale. Le convinzioni, per quanto salde, devono sempre essere confrontate con i riscontri. Ed è una regola che vale tanto per chi chiede giustizia quanto per chi ha il compito di amministrarla.

Trentun anni dopo, la verità deve ancora passare dalle prove

Il caso Antonino Lombardo è una storia che attraversa alcuni dei momenti più drammatici e controversi della Repubblica. La cattura di Totò Riina, le indagini sulla mafia, i collaboratori di giustizia, le stragi del 1992, il depistaggio di via D'Amelio, i colloqui con Badalamenti e la possibile testimonianza del boss in Italia. Sono vicende diverse, che non possono essere considerate necessariamente parte di un unico disegno. Ma il maresciallo aveva realmente lavorato in alcuni di questi contesti investigativi. E la sua morte, per le circostanze nelle quali avvenne, ha continuato a sollevare interrogativi. La famiglia è convinta che sia stato assassinato. Fabio sostiene che il padre avesse scoperto informazioni decisive sulla strage di via D'Amelio e che la morte sia collegata alle attività che stava conducendo.

Un figlio può essere convinto per trentun anni che suo padre sia stato ucciso. La giustizia, però, deve arrivare a stabilirlo attraverso prove verificabili. Ed è precisamente questo il senso più profondo della vicenda. Non si tratta di decidere se Antonino Lombardo fosse un eroe, né di attribuirgli segreti che non siamo in grado di documentare. Si tratta di capire come sia morto un uomo che aveva dedicato la propria carriera a combattere Cosa Nostra. E perché, solo dopo così tanto tempo, sia stato necessario tornare a esaminare elementi tanto importanti. Fabio Lombardo continua a chiedere la stessa cosa. "Voglio la verità". E aggiunge una promessa che racconta quanto questa ricerca abbia segnato la sua vita: "Quando mio padre avrà giustizia, andrò via dall'Italia". La domanda più dolorosa, alla fine, riguarda anche il tempo: perché è stato necessario aspettare trentun anni per eseguire l'autopsia?

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