Ci scrive Alessandra, "vedova del Covid-19"

In marzo il virus è entrato in casa mia e in una manciata di giorni si è portato via il mio compagno. Ora vorrei parlare a tutti quei ragazzi che giustamente hanno voglia di riprendere la vita normale e spensierata di pochi mesi fa, interrotta di colpo da questa nuova brutale realtà, che non conoscevamo ma con la quale oggi dobbiamo fare i conti e convivere.

I mezzi di comunicazione purtroppo ci informano che l'attenzione si è alleggerita, e nello stesso tempo che l’età media del contagio è scesa: sembrava che il virus colpisse solo gli anziani, invece oggi quasi la metà dei nuovi contagiati ha meno di 24 anni. Le regole per proteggere se stessi e gli altri sono piccole ma vitali, e le sappiamo tutti. Perciò quando vedo le immagini di gruppi di ragazzi che vanno in giro fregandosene del distanziamento e delle mascherine, mi chiedo: ma davvero per voi è più importante fare l’aperitivo in piazza e assembrarvi con gli amici?

Ammalarsi di coronavirus è una tragedia non solo per chi si infetta, ma soprattutto per le famiglie e per chi vi vuole bene. Immaginate l’angoscia di chi sta a casa ad aspettare ogni giorno la chiamata dei
medici che li aggiornano sulle vostre condizioni di salute, visto che nessuno può venire a trovarvi e siete SOLI, separati dai vostri più cari affetti e probabilmente (anzi sicuramente) SPAVENTATI, tra medici e infermieri che sembrano usciti da un film di fantascienza, e che rischiano la loro vita per salvarvi, se tutto va bene; e se tutto va male invece vi ritrovate in terapia intensiva con un tubo in gola. Non potete avere idea dello stato di una madre, di un fratello che vi aspettano, con quelle poche notizie che un giorno sono in salita e il giorno dopo possono precipitare in un abisso di dolore.

Riuscite a rendervi conto che con un comportamento idiota mettete a rischio voi stessi (e fin qui potrebbero essere solo fatti vostri), ma anche persone sconosciute che magari hanno una famiglia, una moglie, dei figli, dei genitori che sono a casa ad aspettare e che poi sono costretti a chiamare un’ambulanza e vedersi portare via la persona amata, verso un crudele percorso fatto di dolore e solitudine.

Vorreste davvero per una passeggiata in piazza o una serata in discoteca accalcati
senza mascherina, far passare tutto questo ai vostri parenti? Io non so il mio compagno dove possa aver preso il Covid. Era un uomo sano e attento, che non beveva e non fumava, e non andava più in palestra perché le avevano già chiuse. Poi un giorno gli è venuta la febbre che non passava mai e piano piano faceva sempre più fatica a respirare. Ambulanza. Ospedale. Rianimazione. Io in quarantena per quindici interminabili giorni, con l’ansia della telefonata quotidiana e nient’altro. Un giorno la speranza e un altro l’angoscia. Poi la catastrofe: “Ci spiace, signora, non ce l’ha fatta. E’ deceduto stanotte”.

Questa è una tragedia che può accadere a chiunque, persone sconosciute o familiari: e purtroppo dipende anche dal comportamento incosciente e menefreghista di troppi. Ecco, io spero che tra quei troppi non ci siate anche voi. Divertitevi pure, ma non regalate la vostra vita e quella degli altri a quel farabutto di virus. Cavolo, ragazzi, in fondo vi si chiede solo di mettere una mascherina e non una
camicia di forza. Dal cuore.