Lontano dallo sguardo pietoso di tutti, il carcere di Voghera rischia di trasformarsi nella prossima bomba sanitaria. Un detenuto risultato positivo al Covid19 è stato trasferito in condizioni gravissime al San Carlo di Milano. È in terapia intensiva e lotta per la vita. L’ipotesi più probabile è che si sia contagiato in carcere, anche perché l’ultimo colloquio con i familiari – che vivono lontano dalle regioni più colpite e che stanno bene – risale al 15 febbraio scorso. Chi lo ha contagiato? Le informazioni ufficiali  sono pochissime, ma in carcere le notizie in qualche modo passano lo stesso e si è saputo che nei giorni precedenti al ricovero di Giuseppe (nome di fantasia), anche il cappellano del carcere – in contatto per il suo ruolo con molte persone – pare sia stato ricoverato a Milano, sebbene non se ne conosca la causa. Nella cella di 9 mq destinata a due persone, dove viveva Giuseppe erano invece in quattro, il distanziamento fisico, pertanto,  impossibile. I suoi compagni sono stati messi in quarantena, ma non si altro. Su questo primo caso di Covid19 in carcere è sceso un’inquietante silenzio, tanto che perfino i familiari del detenuto malato non erano stati avvisati del suo trasferimento in ospedale a Milano: al San Paolo prima, al San Carlo dopo che le sue condizioni si sono aggravate. Nessuno dalla casa circondariale di Voghera, infatti, ha sentito l’obbligo morale né quello umano di avvisare la famiglia del suo ricovero.

Il detenuto ha cominciato a star male intorno al 9 marzo. Qualche giorno dopo, il 13, Giuseppe raccontava – a colloquio telefonico con i familiari – di sentirsi male: aveva febbre alta, brividi, tosse e problemi respiratori da almeno quattro giorni. Alla moglie e al figlio Giuseppe ha raccontato di aver chiamato il medico, il quale però si era rifiutato di visitarlo: “stanno giocando con la mia vita” dice al figlio in quell’ultima telefonata. Da quel giorno la famiglia non ha più notizie.  Lui non chiama e l’istituto di Voghera non fornisce informazioni. Nel frattempo si viene a sapere che in carcere c’è un caso di Covid19. La famiglia impaurita continua a chiamare, ma nessuno è autorizzato a dare loro notizie, fino all’intervento degli avvocati del detenuto, Giuseppe Alfì e Gaetano Figoli, che si mettono in contatto con il Gip, anche lui incredibilmente ignaro della vicenda.

Giuseppe che si trovava nel carcere di Voghera in custodia cautelare, in attesa di giudizio, in queste ore si trova in serie condizioni all’ospedale San Carlo di Milano. Non sappiamo da chi sia stato contagiato e se a sua volta abbia contagiato qualcun altro, ma sarebbe doveroso e necessario conoscere la situazione sanitaria di un istituto che al pari di altri richiederebbe di essere monitorato con scrupolosa attenzione, perché il rischio è che le carceri diventino lazzaretti senza via di uscita per chi ci lavora e per un’umanità dolente, sbagliata, colpevole (anche innocente fino a sentenza definitiva), ma che ha lo stesso diritto alla salute di tutti.

“Il governo sorprendente sta tacendo una situazione esplosiva che non è una mera ipotesi ma una certezza razionale” ci dice il Presidente dell’Unione delle Camere Penali Giandomenico Caiazza – “il governo formalmente ha preso una provvedimento per liberare circa 9000 posti, a condizione di utilizzare i braccialetti elettronici che sanno benissimo non esserci: sono pochissimi e tutti già impiegati nelle custodie cautelari . Esiste un progetto di approvvigionamento dei braccialetti?  Se è così perché non lo dicono? Qualcosa davvero non torna…".