“Ho lavorato per 42 anni e 6 mesi, ma prendo 850 euro di pensione: è davvero una cosa umiliante”

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immagine di repertorio
Paola ha 69 anni e 42 anni e 6 mesi di contributi alle spalle. Ha svolto decine di lavori, spesso da autonoma, e a 60 anni è entrata anche nella scuola per provare ad aumentare la futura pensione. Oggi, spiega nella sua testimonianza a Fanpage.it, riceve 850 euro netti al mese: “Non mi aspettavo chissà che pensione, ma nemmeno una tale miseria”.

Fanpage.it raccoglie testimonianze di persone che, dopo una vita di lavoro, si trovano oggi a fare i conti con pensioni basse, difficoltà economiche o con un sistema previdenziale che ritengono non adeguato al proprio percorso. Se vuoi raccontarci la tua storia, puoi scriverci a segnalazioni@fanpage.it.

"Si paga troppo la libertà". Paola ha 69 anni e alle sue spalle ci sono 42 anni e 6 mesi di contributi. Ha iniziato a lavorare a 19 anni e nella sua vita ha cambiato moltissimi mestieri: ha avuto negozi, fatto la guida turistica e la rappresentante, lavorato come impiegata e operaia, gestito una club house in un maneggio e svolto per circa vent'anni attività di consulenza nel settore dei risarcimenti assicurativi.

A 60 anni, dopo aver scoperto attraverso una proiezione del patronato che avrebbe avuto una pensione di circa 750 euro, ha deciso di provare anche con la scuola. Oggi riceve 850 euro netti al mese. "Non avevo mai pensato che avrei avuto chissà che pensione, ma nemmeno una tale miseria", racconta a Fanpage.it. La cifra, dice, non le permette di vivere senza contare sulle entrate del marito. E quello che più le pesa non è soltanto l'importo, ma la sensazione di aver perso, proprio nel momento in cui avrebbe voluto godersela, quell'autonomia economica che aveva cercato di costruire per tutta la vita.

A 60 anni ha scoperto che avrebbe preso 750 euro di pensione

La prima volta che Paola ha avuto un'idea concreta di quanto avrebbe ricevuto dopo il pensionamento aveva circa 60 anni. Si rivolse a un patronato per una proiezione, ipotizzando di continuare a lavorare fino all'età massima prevista. Il risultato fu una pensione di circa 750 euro al mese.

All'epoca lavorava da circa 15 anni con una partita Iva e aveva uno studio di consulenza per i risarcimenti assicurativi. Un'attività che, racconta, portava avanti regolarmente, pagando tasse e contributi, ma che non le garantiva una prospettiva previdenziale che considerasse sufficiente.

"È stato uno shock", ricorda. Non si aspettava una pensione particolarmente alta, ma quella cifra le sembrò comunque troppo bassa dopo una vita di lavoro. Così decise di provare a cambiare ancora una volta strada.

Aveva un diploma magistrale conseguito più di quarant'anni prima, che le permetteva di accedere alle supplenze. A 60 anni entrò quindi nel mondo della scuola, iniziando con incarichi brevi che nel tempo diventarono anche supplenze più lunghe e annuali.

"Speravo che questo migliorasse un po' la mia situazione pensionistica", ci racconta.

L'esperienza le piacque. Dice di aver ricevuto riscontri positivi da alunni e colleghe e di essersi scoperta, a quell'età, capace di fare un lavoro che non aveva mai preso in considerazione prima. Gli anni effettivamente lavorati nella scuola, però, furono meno di sei, considerando i periodi estivi e quelli iniziali in cui non aveva incarichi continuativi. Secondo la sua ricostruzione, l'esperienza ha comunque aumentato la pensione di circa 100 euro.

Da una proiezione di 750 euro è arrivata così agli 850 euro netti che riceve oggi.

Una vita cambiando lavoro per restare autonoma

Il percorso di Paola non è stato quello di una persona rimasta per decenni nello stesso posto di lavoro. Al contrario, la sua storia è fatta di cambiamenti, periodi di part-time, contratti a termine e attività autonome. In alcuni momenti ha svolto anche più lavori contemporaneamente.

Ci sono state anche ragioni familiari dietro alcune di queste scelte. Quando sono nate le sue due figlie, Paola e il marito hanno deciso di occuparsi direttamente della loro crescita. Lui lavorava su turni e i due cercavano di alternarsi per riuscire a esserci per le bambine. Per questo lei ha accettato anche periodi di part-time e ha cambiato attività più volte.

"Le mie figlie me le sono volute crescere io, io e mio marito", ammette. "Mi piaceva esserci almeno il tempo necessario".

La parte della sua vita lavorativa che ricorda con maggiore senso di libertà è però quella da autonoma. Per circa vent'anni ha seguito pratiche di risarcimento assicurativo, un lavoro nel quale, spiega, era necessario conquistare la fiducia dei clienti e seguirli personalmente.

"Mi sono sentita molto più libera quando ho lavorato in maniera autonoma", dice ancora a Fanpage.it. "Anche se lavorare in maniera autonoma è un sacrificio, è un impegno".

Nonostante la fatica, Paola racconta di aver sempre cercato di reinventarsi quando un'attività non funzionava più o non era compatibile con la sua vita familiare. A 60 anni lo ha fatto ancora una volta, entrando nella scuola. Dopo il pensionamento dalla scuola, arrivato a 67 anni, ha continuato per un periodo con la sua attività di consulenza.

Nel 2025, però, ha deciso di chiudere la partita Iva. Tra pensione, stipendio da insegnante fino a giugno e lavoro autonomo, racconta di essersi trovata a pagare una quantità di tasse e contributi che le ha fatto ritenere non conveniente proseguire. "Se non avessi dovuto pagare ancora l'Inps forse avrei tenuto aperta la partita Iva", spiega.

Oggi dice di non sapere se, potendo tornare indietro e conoscendo l'esito previdenziale delle sue scelte, farebbe tutto nello stesso modo. Ma non rinnega il percorso che l'ha portata fin qui. "Mi è piaciuto cambiare. Mi ha fatto diventare la persona che sono".

"Con 850 euro forse ci mangerei e basta"

Il problema, oggi, è che quegli 850 euro non bastano a garantire a Paola l'autonomia economica alla quale è stata abituata per tutta la vita.

Vive in campagna insieme al marito, in una casa indipendente che richiede spese di manutenzione. Per contribuire a sostenere i costi continua anche a occuparsi di un'attività sull'isola di Pianosa: il noleggio di cavalli e carrozze per uso turistico, che apparteneva al fratello morto dodici anni fa e che ha scelto di non abbandonare.

"Si ritorna alla volontà di non soccombere, non lasciando andare niente", racconta.

Ci sono poi le spese quotidiane e gli impegni familiari. Nella zona in cui vive non ci sono mezzi pubblici sufficienti e l'auto è necessaria anche per gli spostamenti. A Livorno ha un padre molto anziano e una sorella invalida. Con 850 euro al mese, dice, "forse ci mangerei e basta".

La differenza rispetto al passato si vede anche nelle cose che non sono strettamente necessarie. Paola era abituata ad andare al cinema, a teatro, ascoltare musica e viaggiare. Non parla di vacanze di lusso, ma di viaggi organizzati autonomamente e cercando di spendere in modo sostenibile. Oggi sa che quelle abitudini sarebbero molto più difficili da mantenere.

"Non mi lamento della vita che faccio", precisa. "Ma dell'ingiustizia di una pensione simile rispetto a quelle dei miei amici che hanno lavorato come dipendenti, tutta la vita nello stesso posto".

A preoccuparla maggiormente è però il futuro. Dopo una vita nella quale ha cercato di non dipendere economicamente da nessuno, oggi ammette che senza la pensione del marito non riuscirebbe a sostenersi.

"Non sono abituata a pensare di dover necessariamente dipendere economicamente da qualcuno".

"Si paga troppo la libertà"

È questo il punto sul quale Paola torna più volte. Non sostiene di aver necessariamente sbagliato a scegliere il lavoro autonomo. Anzi, racconta di aver apprezzato proprio la possibilità di essere libera, di cambiare e di costruirsi da sola il lavoro.

Quello che non riesce ad accettare è il risultato con cui oggi deve fare i conti. Dice di aver sempre lavorato, di aver versato contributi e tasse e di aver cercato di fatturare regolarmente la propria attività. Per questo non comprende, dal suo punto di vista, una differenza così ampia rispetto alla situazione di alcuni amici che hanno avuto una carriera da dipendenti più continuativa.

La sua è una percezione personale del proprio percorso previdenziale, non una valutazione tecnica sul funzionamento del sistema pensionistico. Ma proprio questa percezione è diventata il centro della sua preoccupazione.

"Pensavo di riuscire a non avere troppi pensieri ancora", racconta. "Visto che comunque ne ho sempre avuti tanti. Pensavo un po' di pace e invece…".

A 69 anni dice di avere ancora molte cose che vorrebbe fare. Ma dopo aver passato la vita a inventarsi un lavoro, cambiare strada quando serviva e cercare di mantenere la propria autonomia, oggi si trova a fare i conti con la possibilità di non poter più scegliere con la stessa libertà.

"È davvero una cosa umiliante", dice parlando della pensione. E alla fine torna alla frase con cui ha provato a spiegare il senso della sua storia: "Si paga troppo la libertà".

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