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29 Dicembre 2016
15:42

Uccise e evirò il suo aguzzino: la vendetta del ‘Canaro’ della Magliana

Il 20 febbraio 1988 in una discarica a due passi da via della Magliana, a Roma, viene trovato un corpo carbonizzato e orrendamente mutilato. È Giancarlo Ricci, 27 anni, ex pugile e piccolo spacciatore. Per il suo barbaro assassinio viene condannato a 23 anni Pietro De Negri, tolettatore di cani, detto “Er canaro”. Si tratta di uno dei delitti più sanguinosi della nera romana.
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Guardati dalla furia del mansueto, predica la Bibbia. La storia del ‘Canaro' della Magliana è proprio questo: la parabola del pavido che si ribella al suo aguzzino, del debole Davide che si rivolta contro l'invincibile Golia. E quando avviene, lo fa con una crudeltà senza precedenti, con una ferocia efferata.

Negli anni Ottanta. Pietro De Negri era conosciuto a Pian due Torri, quartiere della periferia nord-occidentale di Roma, come ‘Er Canaro', perché gestiva un negozio per la tolettatura dei cani in via della Magliana, 253. Per quanto singolare era proprio così: nella roccaforte dello spaccio, dove gli omicidi e le rapine erano all'ordine del giorno, c'era un coiffeur per animali. Il ‘canaro' era un uomo dall'aspetto dimesso e insignificante che si guadagnava da vivere con la sua attività e si toglieva qualche sfizio facendo quelli che a Roma chiamano ‘gli impicci', ovvero lo spaccio di droga.

‘Er pugile'

Gli piaceva sniffare e quando gli servivano i soldi si dava ai furti. Proprio per aver svaligiato il negozio adiacente al suo, il canaro finì in carcere. Scontò una condanna a sette mesi addossandosi tutta la responsabilità del furto, che aveva invece commesso insieme a un'altra persona e per giunta senza intascare un soldo della refurtiva. Quando uscì, De Negri andò dritto dal suo complice: non si meritava forse un ‘grazie' per non aver fatto il suo nome? Inoltre gli spettava ancora la sua metà del  bottino. L'uomo che lo aveva affiancato in questa operazione – e che invece aveva messo le mani su tutto il maltolto – era Giancarlo Ricci, 27 anni, detto ‘Er Pugile' per i suoi trascorsi con la boxe. Non solo il ‘Pugile' non gli diede la sua parte del denaro, ma per tutta risposta lo prese a botte. Un bel ringraziamento per non averlo coinvolto, dovette pensare il ‘Canaro'. Quella, però, non era l'unica umiliazione che il mite tosatore di cani aveva sofferto. Angherie e soprusi erano abituali in quella strana amicizia. Più volte De Negri gli aveva procurato la droga e Ricci lo aveva ripagato con botte e prepotenza. Il canaro però tollerava tutto. Lui, 32 anni, separato dalla moglie, con una bambina piccola e niente di più che qualche pista di coca e quella passione per gli animali, avrebbe tollerato di tutto per stare vicino al bulletto del quartiere, per emularlo. Lo odiava, ma in quella avversione c'era un misto di ammirazione e di attrazione. In fondo De Negri avrebbe voluto essere come lui, spavaldo, arrogante, sicuro di sé. Invece era considerato da tutti un perdente.

La trappola

Il 18 febbraio 1988, Pietro De Negri propone al ‘pugile' un affare. Si tratta di rapinare un pusher con cui il ‘Canaro' ha appuntamento nella sua bottega. Un colpo facile, tutto quello che deve fare Ricci è nascondersi nella gabbia dei cani e venire fuori quando la vittima è nel negozio. Al ‘pugile' la droga – da vendere, ma soprattuto da sniffare – fa gola. Come concordato, alle 13 il ragazzo raggiunge il negozio scortato da un amico. "Aspetta qui", gli dice lasciandolo in auto e portando via le chiavi. Una volta dentro si accovaccia nel box, poi sente il rumore del lucchetto: ‘Er canaro' ha chiuso la gabbia, non aspetta nessuno spacciatore: il pugile è finito in trappola. Due giorni dopo, un fagotto fumante viene trovato in una discarica di via Belluzzo nel Portuense.

Il viaggio all'inferno

Quel fardello informe abbandonato tra i rifiuti è il corpo carbonizzato di un uomo. È il ‘pugile', lo si accerta dalle impronte digitali che il killer ha avuto cura di lasciare intatte perché fosse identificato. Quel cadavere carbonizzato è uno degli spettacoli più sconvolgenti che i poliziotti si siano mai trovati davanti. È stato incaprettato e orrendamente mutilato: le dita sono state tagliate e conficcate negli occhi e nell'ano; gli organi genitali sono stati recisi e spinti giù in bocca; il cranio è completamente aperto sulla fronte. Chi ha ucciso ha inflitto una vera e propria tortura medievale alla vittima. La Magliana è sotto choc, un omicidio così furioso e sanguinario, anche in un quartiere retto dallo spaccio di droga  e avvezzo crimine comune, come Pian due Torri, è un evento sconvolgente, drammatico, intollerabile, tanto che gli amici di Ricci giurano vendetta.

La punizione

Gli inquirenti pensano immediatamente a una vendetta mafiosa, le modalità di mutiliazione (il taglio del naso e delle orecchie) sono tipiche della malavita organizzata e del resto il giovane spacciatore era stato già punito una volta, con la gambizzazione, su ordine dei capiclan del quartiere. Questa pista viene confermata dall'ultima persona che ha visto in vita il 27 enne: il tolettatore di cani con cui aveva un appuntamento. Quando lo interrogano De Negri è sovraeccitato, spiega agli investigatori che Il ‘Pugile' aveva rapinato la persona sbagliata, uno spacciatore siciliano e che forse per questo era stato punito. Del resto si sa, la mafia non perdona. Questa versione non convince nessuno, De Negri ha le scarpe ancora sporche di sangue, nel negozio ci sono tracce di cocaina e i miasmi forti di morte e torture. Il ‘Canaro' viene torchiato per ore, nega, fino a quando l'ispettore non lo provoca con una frase: "Non sei n'omo", (non sei un uomo). Il ‘canaro' sbotta: "Nun so n'omo? Ma lo sai che ho fatto? Gli ho lavato il cervello con lo shampoo per cani". Comincia allora una lunghissima e allucinata confessione in cui il 32enne non risparmia i particolari più agghiaccianti e truculenti. "Il movente" Chiede l'ispettore. Semplice, lo odiava, non ne poteva più della sua prepotenza.

Il processo

De Negri è fiero di quello che ha fatto, "sono un giustiziere" dice. L'omicidio del suo aguzzino è il suo riscatto: non è più il perdente che pettina i cani, ma il feroce assassino che ha castigato un odioso bullo. Davanti a un delitto così feroce il giudice ordina una perizia psichiatrica. Secondo gli esperti l'omicidio è stato commesso da un infermo di mente sotto l'effetto di droghe: De Negri viene scarcerato e torna alla Magliana, dove ad attenderlo c'è un quartiere inferocito, ma soprattutto c'è Vincenzina, la madre del Ricci, che minacchia di farsi giustizia da sola. Il clima da linciaggio induce il giudica Olga Capasso a predisporre una nuova carcerazione. Il magistrato ribalta i risultati della perizia concludendo che il De Negri è socialmente pericoloso. Nel 1990 comincia il processo, ma in aula il ‘Canaro' non si presenta, non è più così orgoglioso della sua impresa. Eppure nonostante la confessione la vicenda non è così chiara come sembra.

Chi ha ucciso il ‘pugile'?

"Ti senti un eroe, ma non sei che un povero stupido  racconti un sacco di balle, ti basta questo per riscattare la tua vita da moscerino. Alla Magliana, – dice mamma Vincenzina – dove tutti conoscevano sia Giancarlo sia te, sostengono che a uccidere mio figlio siano state altre 4 persone, a te hanno regalato il cadavere". L'ombra del concorso di altre persone si allunga su questo delitto. Un'ipotesi verosimile è proprio che il ‘canaro' possa aver attirato la vittima nella sua bottega sotto minaccia o dietro la promessa di una forte somma di denaro. Avrebbe poi partecipato o assistito all'omicidio avvenuto per mano di altri. Del resto, è difficile immaginare che quell'uomo mingherlino abbia tenuto testa a un pugile corpulento e allenato come Giancarlo.

L'epilogo

Di questa interessante ricostruzione non ci sono prove e il 26 giugno 1990 arriva la sentenza di condanna a 15 per omicidio e a 5 per spaccio di droga. L'Appello, invece, punta all'ergastolo. Alla fine il Tribunale decreta 23 anni di reclusione con sentenza pronunciata il 12 aprile 1993. Dodici anni dopo (2005) i cancelli di Rebibbia si aprono e il ‘Canaro' torna in libertà. Non vorrà più parlare di quella storia. Dopo 29 anni sulla morte del' pugile' si addensano ancora sospetti e dicerie: in quanti hanno ucciso quel 27enne sprezzante che voleva comandare via della Magliana? Il ‘Canaro' fu veramente l'autore di quel barbaro rituale di morte o è stato – come spesso è accaduto nella sua vita – strumento di un disegno di terzi? Il ricordo del delitto oggi è ancora vivo e coincide con la fotografia di una Roma di periferia ingrigita del degrado urbano e sociale, istupidita dalla cocaina, lacerata da un orrore che ha la faccia della normalità.

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Giornalista dal 2012, scrittrice. Per Fanpage.it mi occupo di cronaca nera nazionale. Ho lavorato al Corriere del Mezzogiorno e in alcuni quotidiani online occupandomi sempre di cronaca. Nel 2014, per Round Robin editore ho scritto il libro reportage sulle ecomafie, ‘C’era una volta il re Fiamma’.
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