"Emanuela Orlandi è viva e sta bene. il Vaticano non c'entra", dopo 36 anni lo scrive, in una lettera alla stampa internazionale, Mehmed Ali Agca, il terrorista che sparò al papa Wojtyla in piazza San Pietro, il 13 maggio del 1981. "Il Vaticano non c'entra, la Cia si, ha detto l'uomo che nei giorni del sequestro Orlandi si trovava in carcere per l'attentato. "Non fu mai sequestrata nel senso classico del termine", ma "fu vittima di un intrigo internazionale per motivi religiosi-politici collegati anche con il Terzo Segreto di Fatima" scrive il turco "il governo vaticano non è responsabile", mentre è "la CIA" che dovrebbe "rivelare i suoi documenti segreti" in proposito.

Chi è Alì Agca, l'uomo che sparò al papa

Il ruolo di Agca nel sequestro Orlandi è legato alle telefonate del cosiddetto ‘Americano' un individuo dall'accento straniero che nei primi giorni della sparizione di Emanuela, nel 1983, chiama la segreteria Vaticana per chiedere il rilascio dell'attentatore Alì, in cambio della liberazione di Emanuela. È il 5 luglio 1983, Agca deve essere fuori entro il 20, ma senza garanzie. Non ci sono notizie di un trattativa in tal senso e anche l'Americano, il cui accento era sembrato agli investigatori, palesemente contraffatto, resta una sorta di impostore. Ali Ağca, che per il delitto venne estradato in Turchia e poi recluso per altri reati, è stato scarcerato il 18 gennaio 2010 dall'istituto di pena di Sincan. Quello stesso anno ha incontrato Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, al quale già allora disse che la ragazza era viva e stava bene.

Il ruolo nel sequestro Orlandi

Emanuela Orlandi, cittadina vaticana allora quindicenne, figlia di un messo pontificio di Papa Giovanni Paolo II, è scomparsa da Roma, nel giugno del 1983. Da allora non ci sono prove della sua esistenza in vita. Sul caso si indagò, dapprima, in direzione del ‘rapimento a scopo di libidine' e poi sulla pista del sequestro politico, in cui Alì Agca si inserì.