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2 Dicembre 2015
13:56

Detenuti lasciati nudi e picchiati ad Asti nel 2004: per la Corte europea è tortura

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha dichiarato ammissibile il ricorso di due detenuti sottoposti a torture nel carcere di Asti nel dicembre del 2004. Claudio Renne e Andrea Cirino furono picchiati per giorni e lasciati nudi al freddo in isolamento. Per i giudici europei il caso è qualificabile come tortura. Lo Stato italiano ha proposto ai due ex detenuti un risarcimento di circa 40 mila euro.
A cura di Claudia Torrisi
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Lo scorso 23 novembre novembre la Corte europea dei diritti dell'uomo ha dichiarato ammissibile il ricorso di due detenuti sottoposti a torture nel carcere di Asti, esattamente undici anni fa. Il 10 dicembre del 2004, Claudio Renne, all'epoca 30enne, di Novara, e Andrea Cirino, oggi 37enne, di Torino, reclusi nella casa circondariale della frazione di Quarto per reati contro il patrimonio, hanno avuto un diverbio con un agente della polizia penitenziaria. Tornato dai colleghi, il secondino ha raccontato di aver subito un'aggressione da parte dei due detenuti. A quel punto è partita una spedizione punitiva contro Renne e Cirino, portati da un gruppo di agenti nella sezione isolamento, dove sono stati denudati e tenuti in celle prive di vetri nonostante il freddo. I due detenuti sono stati quotidianamente picchiati, insultati, privati del sonno e della possibilità di lavarsi, tenuti senza materassi, lenzuola, coperte e con il cibo razionato. Un agente ha schiacciato la testa di uno dei due con i piedi. "Non mi facevano dormire. Faceva così freddo che ero costretto a stare tutta la notte per terra, attaccato a un piccolo termosifone. Non appena mi addormentavo, alzano lo spioncino e gridavano: "Stai sveglio, bastardo!". Poi arrivavano i passi con gli anfibi e allora capivo: mi rannicchiavo. Loro entravano in sette od otto nella stanza e partivano calci, pugni, schiaffi. Speravo solo che la raffica finisse, ma non finiva mai", ha raccontato anni dopo Cirino.

Dopo la decisione della Corte dei diritti dell'uomo, il ministero della Giustizia ha offerto un risarcimento di circa 40 mila euro ciascuno ai due ex detenuti per revocare la causa davanti alla Cedu.

La vicenda giudiziaria sui fatti di Asti ha avuto inizio nel febbraio del 2005, in seguito a due intercettazioni del 19 febbraio 2005 nei confronti di alcuni operatori di polizia penitenziaria sottoposti a indagine per altri fatti. Tra le altre, c'è un esemplificativo dialogo tra due agenti, P. e B.

P …Invece da noi non è così…a parte il fatto che…da noi tutta la maggior parte che sono…è tutta gentaglia…è tutta gente che prima…e poi scappa…Poi vengono solo…quando sono in quattro cinque…così è facile picchiare le persone

B.E bello…

P. Ma che uomo sei…devi avere pure le palle…lo devi picchiare…lo becchi da solo e lo picchi…io la maggior parte che ho picchiato li ho picchiati da solo

B Si..sì

P. Ma perché comunque non c’hai grattacapi…non c’hai niente…perché con sta gente di merda…hai capito…perché qua..oramai…sono tutti bastardi…oramai c’abbiamo il grande Puffo…che deve fare le indagini…hai capito?

B. Chi?

P.Ha rotto i coglioni…mo dice che ha mandato la cosa di S…in Procura…

B. Quale S? S…dice che ha picchiato non so a chi…là.ha mandato tutto in Procura…ha preso a testimoniare un detenuto…cioè noi dobbiamo stare attenti pure su…se c’è un…pure con le mani bisogna stare attenti. Eh, anche perché rovinarti    per uno così a me l’altra volta che io e D. picchiammo…

Nella relazione della Polizia giudiziaria alla Procura sono emerse altre accuse. Ad esempio, quando il 23 febbraio del 2006 vengono arrestati l’assistente di polizia penitenziaria F. e convivente, la donna ha dichiarato che il compagno

mi riferì che era frequente dare lezioni ai detenuti anche negandogli pasti per più giorni. Mi parlò anche di pestaggi da parte di colleghi in particolare da parte  di un collega che era solito picchiare duro gli extracomunitari…C. andò nella cella di un detenuto marocchino il quale aveva cercato di suicidarsi e che aveva al collo una cintura; C. a quel punto prese la cintura e la strinse al collo del marocchino a tal punto da farlo diventare viola.

Ciò che è successo nella "Abu Ghraib italiana", come è stato chiamato il carcere piemontese nel corso del dibattimento, è stato accertato dalla Corte di Cassazione il 27 luglio del 2012. Nella sentenza il giudice ha stabilito che i fatti "potrebbero essere agevolmente qualificati come tortura": "È provato al di là di ogni ragionevole dubbio che ad Asti vigevano misure eccezionali volte a intimidire e punire i detenuti aggressivi (…) e a "dimostrare" a tutti gli altri carcerati che chi non rispettava le regole era destinato a pesanti ripercussioni". Per nessuno dei responsabili – cinque agenti della polizia penitenziaria andarono a processo –, però, si arrivò a condanna. Non esistendo il reato di tortura in Italia, il giudice ha dovuto procedere per reati più lievi, arrivando ad assoluzioni e prescrizioni. La corte ha però chiarito che la derubricazione era dovuta esclusivamente al fatto che nel nostro paese non esiste il reato, contravvenendo alla Convenzione delle Nazioni Unite del 1984.

Per il giudice, infatti, "nel carcere di Asti negli anni 2004-2005 esisteva una prassi generalizzata di maltrattamenti verso i detenuti più problematici. Due di essi hanno subito non solo singole vessazioni ma una vera e propria tortura, durata per più giorni in modo scientifico e sistematico. In un regime di connivenza con molti agenti della Polizia Penitenziaria e anche con molti dirigenti; coloro che non erano d' accordo venivano isolati o comunque additati come ‘infami'". Altri detenuti al processo avevano rilasciato testimonianze terribili: "Venivano tutti i giorni, venivano quattro volte al giorno, quindi io non è che posso dire quando veniva il momento"; "Diceva, pregava per dire agli agenti di mettere almeno una coperta, qualcosa, perché non c' era niente, era nudo. E c' era freddo"; "Ma questo funziona in tutte le carceri no? Solo che nessuno dice niente, nessuno lo vuole vedere questo".

L'associazione Antigone si era costituita parte civile nel procedimento e collaborò – insieme ad Amnesty international Italia – per predisporre ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo, che adesso ha detto chiaramente che ciò che è successo ad Asti è qualificabile come tortura. Per il presidente dell'associazione, Patrizio Gonnella, "quella della Corte europea è una decisione di importanza enorme che riguarda la tortura in un carcere italiano. Il Governo ammette sostanzialmente le responsabilità e si rende disponibile a risarcire i due detenuti torturati ad Asti. Come aveva scritto a chiare lettere il giudice di Asti nella sentenza del 2012, si era trattato di un caso inequivocabile, e impunito, di tortura".

Adesso Renne e Cirino hanno tempo fino al 17 dicembre per decidere se accettare l’indennizzo offerto dallo Stato italiano o rifiutare chiedendo alla Corte europea di pronunciarsi con sentenza. "Naturalmente, saranno le vittime a decidere se accettare la composizione amichevole", ha commentato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia, che ha ribadito la necessità per il nostro paese "di introdurre il reato di tortura nel codice penale, definendo la fattispecie in termini compatibili con la Convenzione Onu contro la tortura e la Convenzione europea dei diritti umani".

Lo scorso aprile l'Italia era stata condannata dalla Corte europea dei diritti umani per il trattamento riservato dalle forze dell'ordine a uno dei manifestanti del G8 di Genova del 2001 durante l'irruzione alla scuola Diaz. Per i giudici, ciò che era stato fatto al ricorrente, Arnaldo Cestaro, era qualificabile come tortura. In quell'occasione il nostro paese è stato condannato anche perché non ha una legislazione adeguata a punire il reato in questione, in violazione dell’articolo 3 sul "divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti".

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