Detenuta rimane incinta durante colloquio e lascia il carcere di Perugia, Sappe: “Meglio i permessi premio”

Doveva essere un normale colloquio in carcere ma, senza controlli, l’incontro si è trasformato in altro e così una detenuta del carcere di Perugia è rimasta incinta e ha potuto lasciare il penitenziario come previsto dalla legge per le donne in gravidanza. Il caso nell'istituto penitenziario di Perugia-Capanne dove la donna ha consumato un rapporto sessuale col compagno anche lui detenuto nello stesso istituto di pena, nella sezione maschile.
Tutto è nato alcuni mesi fa, ad inizio anno, quando, come ricostruisce il Corriere dell'Umbria, i due avevano ricevuto il via libera al colloquio in carcere dopo varie richieste. Un normale incontro per parlare in una ordinaria sala colloqui e non uno di quelli “intimi” in una stanza dell'affettività che tra l’altro il carcere perugino non dispone.
Ai due però sarebbe stato concesso comunque un momento di privacy visto che all’incontro non avrebbe assistito nessun agente. La mancata sorveglianza, non si sa se voluta o necessaria per mancanza di personale, ha trasformato il colloquio in un incontro intimo che è sfociato nella gravidanza. A questo punto, una volta accertato lo stato della donna, le autorità hanno dovuto concedere il differimento della pena che doveva scontare, rimettendola in libertà.
Il caso ha riacceso le polemiche attorno all’idea dell'affettività e del sesso in carcere per i detenuti. “Questo episodio crea un precedente che dovrà essere esaminato anche per i colloqui futuri. È delicato dirlo ma quando si tratta di donne la questione diventa estremamente delicata e complessa, perché probabilmente si va oltre l’idea dell’affettività a cui pensava la Corte Costituzionale, andando a incidere su altri diritti come quello appunto di essere madre” ha spiegato il garante regionale per i detenuti dell’Umbria.
“Ci troviamo di fronte a un episodio che evidenzia criticità organizzative e di sicurezza che il SAPPE aveva già segnalato. La previsione del sesso in carcere rappresenta una scelta inutile e demagogica, che rischia di aggravare ulteriormente le difficoltà gestionali degli istituti penitenziari. Servono più sicurezza e una riforma strutturale del sistema penitenziario. Meglio i permessi premio ai detenuti più meritevoli in un contesto di rimodulazione del sistema dell’esecuzione della pena” ha dichiarato invece Donato Capece, segretario generale del SAPPE, Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, aggiungendo: “Piuttosto che introdurre nuove incombenze organizzative in strutture già alle prese con carenze di personale e sovraffollamento, sarebbe più opportuno valorizzare gli strumenti premiali già previsti dall’ordinamento, favorendo la concessione di permessi premio ai detenuti che dimostrano un concreto percorso di responsabilizzazione, rispettano le regole e partecipano attivamente alle attività lavorative e rieducative. In questo modo l’affettività potrebbe essere vissuta all’esterno del carcere, senza compromettere la sicurezza interna degli istituti”.
“Occorre avere il coraggio di ripensare l’intero sistema penitenziario individuando le condotte per le quali il carcere non rappresenta la risposta più efficace e prevedendo sanzioni alternative realmente funzionali al recupero della persona. Solo così sarà possibile contrastare il sovraffollamento, garantire una più corretta gestione della popolazione detenuta e restituire efficacia all’azione della Polizia Penitenziaria, che deve essere sempre più protagonista nell’esecuzione penale, nella prevenzione e nella sicurezza, sia all’interno degli istituti sia nel controllo dei soggetti ammessi alle misure alternative” conclude il segretario generale del SAPPE.