Depistaggi sull’omicidio di Stefano Cucchi, la Cassazione assolve il colonnello dei carabinieri Sabatino

Si è concluso con due condanne, tre prescrizioni e tre assoluzioni il processo relativo ai depistaggi messi in atto dopo la morte di Stefano Cucchi, il geometra romano ucciso nell'ottobre del 2009 a seguito di un pestaggio ad opera di alcuni carabinieri che lo avevano in custodia.
Oggi la parola fine sul filone principale – sempre nell'ambito dei depistaggi – l'ha posta la Corte di Cassazione, che ha assolto il colonnello Lorenzo Sabatino. Per lui, che aveva rinunciato alla prescrizione e in appello era stato condannato ad 1 anno e tre mesi, le accuse sono cadute con la formula "perché il fatto non sussiste". Sono stati inoltre rigettati i ricorsi dei carabinieri per i quali era stata riconosciuta in secondo grado l'intervenuta prescrizione o condannati. Tra i prescritti anche le posizioni del generale Alessandro Casarsa, Luciano Soligo e Francesco Cavallo. Gli unici due condannati sono Francesco Di Sano, a 10 mesi, e Luca De Cianni, a 2 anni e 6 mesi.
I sei militari prescritti o condannati in Appello lo scorso 19 giugno avevano presentato ricorso contro la sentenza che aveva confermato la condanna a un anno e tre mesi per Sabatino, a due anni e mezzo per De Cianni, e riconosciuto l'intervenuta prescrizione per il generale Casarsa, per Cavallo e Soligo. Con la decisione d'Appello erano stati assolti Massimiliano Colombo Labriola e Tiziano Testarmata, e ridotta invece la pena a 10 mesi per Francesco di Sano. Le accuse contestate nel procedimento, nato dall'inchiesta del pm Giovanni Musarò, a vario titolo e a seconda delle posizioni, vanno dal falso, al favoreggiamento, all'omessa denuncia e calunnia.
Nelle motivazioni della sentenza di secondo grado i giudici della seconda sezione della Corte di Appello di Roma avevano sottolineato che "nella catena degli accadimenti immediatamente precedenti, concomitanti e immediatamente susseguenti la stesura delle annotazioni incriminate, la sentenza ha accertato come si siano verificate una serie di anomalie che, tutte insieme considerate, hanno dimostrato che l'intento dei Carabinieri comandati da Casarsa, che all'interno, all'esterno e verso le altre Istituzioni doveva rispondere dell'operato dell'Arma romana, non è stato quello di trovare ‘la mela marcia', ossia di approfondire realmente la dinamica degli eventi ma, al contrario, di restituire una realtà di comodo".
Secondo i giudici gli imputati offrirono una "realtà compatibile con quanto era già emerso, che potesse far ricondurre la responsabilità del decesso essenzialmente alle condizioni di Cucchi in quanto epilettico, tossicodipendente, anoressico (quando era solo molto magro), addirittura sieropositivo (dettaglio falso prima riferito e poi subito smentito), per il quale nessuna anomalia si era verificata durante la detenzione o quanto meno durante la custodia affidate all'Arma".
Secondo l'Appello di Roma "il quadro probatorio ricostruisce dunque una immagine di Casarsa interessato essenzialmente a presentare quella verità di comodo circa le condizioni di salute di Cucchi che avrebbe orientato gli inquirenti verso soggetti diversi dai Carabinieri (soggetti vittime, dopo Cucchi e la sua famiglia, di tale sviamento), in questo verosimilmente compendiandosi il significato di quelle linee guida o di indirizzo che egli ha ammesso, in sede di esame, avere dato per il lavoro informativo da svolgersi, di fatto eseguito, fino al secondo appunto del 30 ottobre del 2009, in modo da restituire l'immagine di uno Stefano Cucchi malato di suo, tossicodipendente, al quale nulla era accaduto durante lo stato di detenzione".