Michela Piccione è stata nominata Cavaliere della Repubblica in seguito alla sua denuncia, portata avanti con altre donne sue colleghe, sulle condizioni di lavoro del call center nella quale era impiegata con contratto a tempo determinato. Nessuna tutela, spazi minuscoli da condividere in 30 e almeno persino i costi della carta igienica tolti dalla busta paga. In seguito alla vicenda, la Tim le aveva offerto un posto di lavoro a tempo indeterminato vicino Taranto. All'inizio, Michela sembrava intenzionata ad accettare il lavoro, ma poi ha deciso di rifiutare. "Non mi sarei sentita a posto con me stessa – ha dichiarato a Fanpage.it -. Non volevo un lavoro come regalo per la mia denuncia, voglio guadagnarmelo col duro lavoro. Ho deciso di rinunciare dopo due notti insonni. Mio marito è un artigiano, io invece sono anche una mamma.

Continuerò a lavorare nelle pulizie dell'ospedale nella quale ora sono impiegata, sempre con un contratto a tempo determinato, ma con tutele lavorative degne di un essere umano. Ho provato a chiedere che la ragazza che ha denunciato con me mi sostituisse e prendesse il posto che io ho rifiutato, visti anche i suoi problemi economici molto più importanti dei miei, ma non c'è stato nulla da fare".

Michela ha fatto quello che in pochi avrebbero fatto: dire di no ad un posto fisso. Il motivo sta nella lotta sindacale che ha deciso di portare ancora avanti. "Ho pensato che se avessi detto di sì, sarebbe stato come lottare per risolvere i miei problemi personali senza davvero cambiare niente. Io non sono così, questo non è il mio fine ultimo. Sono fermamente convinta che se rimaniamo uniti e lottiamo per tutti i lavoratori, le cose possono cambiare. Fermarmi così, fermarmi qui, avrebbe voluto dire che tutto quello che ho fatto è stato solo per un mio tornaconto e non è questo quello che volevo". Ha lasciato quindi la possibilità di un impiego sicuro e al telefono sostiene di voler continuare, parallelamente alla sua attività in ospedale, la lotta sindacale.

Il suo sogno è quello di far discutere una proposta di legge che estenda il concetto di caporalato anche ai lavoratori dei Call Center con pene severe per coloro che assumono operatori senza tutele in ambienti abusivi. "Non sputo nel piatto in cui ho mangiato – sostiene Michela – e so che mi era stata data una grande opportunità, ma non ritengo di esser neppure quella che ne aveva più bisogno. Avrei dato quel posto di lavoro a chi ha ricevuto 90 Euro in busta paga, a chi non riesce ad arrivare a fine giornata. Non condivido poi l'idea che un contratto sia un regalo: siamo assolutamente disponibili a guadagnarcelo con il sudore della fronte, quello che vogliamo è dignità e condizioni di lavoro oneste".