Daniela, licenziata in tronco 10 giorni dopo un aborto: “Un trauma, ora mi spaventa tornare nel mondo del lavoro”

Daniela ha 37 anni e ha iniziato a lavorare giovanissima, barcamenandosi tra una serie di impieghi precari. "Avevo deciso di fare le cose con ordine: prima un buon lavoro e un contratto stabile, poi la famiglia" racconta a Fanpage.it dopo aver letto le testimonianze di altre donne.
Nell'estate del 2021, finalmente, era riuscita a trovare quello che stava cercando in un piccolo boutique hotel di Roma. "Sono entrata praticamente subito con un contratto a tempo indeterminato, io ero felicissima – spiega -. Finalmente io e mio marito potevamo iniziare a progettare la nostra famiglia. A me comunque lavorare è sempre piaciuto, non avevo alcuna intenzione di lasciare il mio posto. Dopo un anno da quell'assunzione sono rimasta incinta e a quel punto mi è sembrato di toccare il cielo con un dito".
Come racconta, ha subito comunicato la notizia ai datori di lavoro, ma dopo 8 settimane sono iniziate le complicazioni. "Purtroppo c'è stato un piccolo distacco placentare e mi è stato consigliato di mettermi a riposo. Così sono entrata in maternità anticipata".
Nonostante la gravidanza a rischio, i datori di lavoro di Daniela insistono per vederla rientrare in albergo. "Hanno iniziato a chiedermelo praticamente da dubito – ricorda – e io ho spiegato loro qual era la mia condizione. Purtroppo le precauzioni che avevo preso di comune accordo con la mia dottoressa non sono bastate, perché la mia gravidanza si è interrotta spontaneamente. Con il dolore nel cuore ho seguito tutte le procedure mediche e mi sono sottoposta al raschiamento uterino. A febbraio sono rientrata al lavoro".
Dieci giorni dopo il suo rientro al boutique hotel nel quale lavorava, alla fine di un turno, Daniela si è vista recapitare una lettera di licenziamento. "Il responsabile dell'albergo mi ha dato quella busta dicendomi di essere mortificato. Sono stata mandata via così, in tronco – sottolinea -. Nella lettera mi dicevano che la causa di quel licenziamento era la crisi dovuta alla pandemia di Covid-19, all'epoca dei fatti era il 2022. Il rapporto di lavoro è stato interrotto subito e quel che è peggio è che non ho potuto neppure farmi valere dal punto di vista legale come avrei voluto".
Daniela si è infatti rivolta a un avvocato. "Mi ha detto che dal punto di vista della legge erano purtroppo inattaccabili, anche perché la sede dove lavoravo contava meno di 15 dipendenti". Alla fine, dopo essersi confrontata con il legale, Daniela ha deciso di non andare in tribunale.
"Purtroppo sarebbe stato inutile e dovevo anche fare i conti con il grande dolore personale di aver perso un figlio – ha ricordato -. Ho deciso di concentrarmi sulla mia vita privata e sul provare ad avere un secondo figlio".
Adesso Daniela è mamma di una bimba di quasi 3 anni. "Quando lei è nata, mi sono liberata di un peso, anche perché non è stata una gravidanza semplice. Mi sono dedicata a lei, ma dal punto di vista psicologico mi rendo conto di aver riportato un trauma. Poco prima di sapere che ero di nuovo incinta, infatti, sono stata richiamata da una persona per la quale avevo lavorato in passato, ma ho deciso di rifiutare. Da un lato avevo paura di essere trattata nello stesso modo, dall'altro volevo dedicarmi alla famiglia perché per anni avevo aspettato di avere un lavoro sicuro e un buon contratto e alla fine non era servito a niente. Adesso però sono pronta, da qualche mese ho ricominciato a fare colloqui".
"Per me quelli sono stati mesi difficilissimi. Ho dovuto fare i conti con due lutti, quello di un figlio e quello legato alla perdita del lavoro lavoro. Quello per me è stato veramente il colpo di grazia. Mi ha sconvolto questa totale mancanza di umanità – ha sottolineato -. Ancora oggi non mi capacito del fatto che la legge non abbia potuto tutelarmi. Ci penso ancora e ora che vorrei tornare nel mondo del lavoro, ho paura".
"In Italia si sente dire continuamente che nessuno fa più figli, ci si meraviglia dicendo che le donne sono tutelate sul lavoro, ma non è assolutamente vero. Adesso che ho una figlia, per esempio, in alcuni dei colloqui che ho fatto mi sono sentita dire: ‘Hai 37 anni e una bambina? Non è quello che cerchiamo'. E lo Stato permette che queste cose succedano, questa è la cosa che mi fa più rabbia".
"Mio marito è un valido supporto, non mi ha mai fatto mancare il suo appoggio anche mentre mandavo i curriculum. Per fortuna lui ha continuato a lavorare. È brutto da dire, ma a lui nessuno chiede della sua famiglia e del suo ruolo di padre. Gli uomini si possono permettere questo lusso" scherza al telefono. "A breve dovrei iniziare un nuovo lavoro, anche se si tratta di un impiego precario. Non mi lamento, è uno dei pochi posti in cui nessuno mi ha fatto domande su mia figlia. La paura di essere nuovamente licenziata dall'oggi al domani, però, c'è sempre".
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