
Gli insegnanti aggrediti in un parco da una banda di studenti a Parma, nonostante la gravità della situazione e la forte eco mediatica, hanno preso una posizione netta, decidendo di non sporgere denuncia contro i ragazzi.
Il ministro Giuseppe Valditara ha espresso solidarietà, la politica si è indignata, il dibattito si è acceso. Eppure, a guardare bene, la scelta di questi uomini non stupisce affatto.
Perdonare non significa assolvere. Significa recidere il legame traumatico con il proprio carnefice.
La formula è antica quanto la nostra civiltà: porgi l’altra guancia. Ma il potere ha messo in croce Cristo e continua a farlo ogni giorno.
Non sorprende che degli insegnanti aggrediti non si scaglino contro ragazzi fragili, sbandati, svuotati di valori evitando, di fatto, di trasformare una questione educativa in una vicenda di misere rivalse personali.
Ricordano invece una cosa sacrosanta: le istituzioni devono fare il loro dovere. Devono prevenire, intervenire e sanzionare, a prescindere da chi venga coinvolto. La denuncia d’ufficio dovrebbe scattare automaticamente, senza scaricare il peso della scelta sulle spalle delle vittime e lasciarle sole.
Io so cosa significa trovarsi davanti a quel bivio. So cosa vuol dire dover scegliere tra perdonare, odiare o consumarsi nel desiderio di vendetta.
Mia sorella è stata uccisa dal marito il 9 luglio 2013. Un dolore sordo, assoluto. Anche all’interno della mia stessa famiglia era infinitamente più facile comprendere chi invocava vendetta rispetto a me. Io sentivo un’urgenza diversa, incomprensibile per molti: la cosa migliore da fare, per salvarmi e per slegarmi dall’assassino, sarebbe stato perdonare.
Esattamente un mese prima di quel maledetto giorno era uscito per Raffaello Cortina Editore il saggio Teoria clinica del perdono. In quelle pagine, d’improvviso, mi sono tuffato per sopravvivere. Per non essere travolto dalla realtà.
Il perdono terapeutico ti slega. Ti libera dalla coazione a ripetere, dal pensiero ossessivo sul torto subito.
Perché il perdono clinico non ha nulla a che vedere con quello cristiano. Non è l’assoluzione del peccatore. Non è una dimenticanza bonaria. È un processo psichico rigoroso di decentramento dall’offesa. Il rancore è una catena. Lega la vittima al suo carnefice con un filo invisibile, quello di una questione che resta irrisolta. Un legame traumatico che ti tiene in ostaggio.
La letteratura ci dice che perdonare riduce drasticamente l'ansia, la depressione e i sintomi post traumatici, il PTSD. La vendetta, al contrario, non chiude il trauma: lo riattiva in eterno. Genera quella rumination, quel rimuginio tossico e costante che blocca ogni possibilità di resilienza.
I professori di Parma, decidendo di non sporgere querela, hanno messo in pratica esattamente questo: il perdono clinico. Lo hanno fatto, forse, senza neppure saperlo.
Non hanno rinunciato alla loro cattedra, al loro ruolo, alla loro sacrosanta autorità di adulti educatori. Hanno rinunciato alla rivalsa personale, lasciando allo Stato il compito di fare lo Stato. È un gesto maturo, molto potente. Per niente debole.
Slegarsi dal male non significa concedere sconti. Significa non permettere al male di rubarti il futuro. Questa è la vera differenza tra la giustizia formale e la vendetta. È il confine netto tra una ferita che sceglie di sanguinare per sempre e la possibilità, umana e dolorosa, di curarsi.
In fondo, quei professori hanno continuato a fare il loro lavoro anche nel momento più difficile. Uno di loro ha dichiarato di considerare il non procedere con una querela nei confronti dei ragazzi come “un intervento educativo”.
Scegliendo lo spirito di servizio invece della vendetta, la responsabilità educativa al posto dell’umiliazione, i professori hanno dato una lezione magistrale. Non solo ai loro studenti.