"No, con i positivi non ci vogliamo lavorare". Sono oltre 4mila, 4.213 per la precisione, il personale medico e paramedico che in questi mesi ha declinato l'offerta di assunzione da parte della sanità veneta per far fronte all'emergenza Covid 19. Contattati dalle Ulss per un’assunzione nel servizio pubblico, hanno detto semplicemente "no", rendendosi indisponibili a lavorare a contatto con i positivi al coronavirus.

La rivelazione è di Patrizia Simionato, (nella foto), la direttrice di Azienda Zero (la governance della sanità veneta): "Abbiamo avviato i bandi alla fine di febbraio. I termini sono stati prorogati al 31 dicembre per consentire la prova orale da remoto a quanti, dopo lo scritto, sono stati contagiati e costretti alla quarantena. E in questi giorni abbiamo indetto un ulteriore concorso per intercettare i neolaureati in scienze infermieristiche di Padova e Verona".

"Non manca la volontà di assumere – ha detto la manager – . Ciò che manca è la disponibilità di medici e personale sanitario in genere, soprattutto nelle specialità che più servono contro il Covid, ossia personale di pronto soccorso e di anestesia e rianimazione. Quando li troviamo spesso rifiutano di firmare il contratto quando scoprono di essere destinati a reparti di trincea contro il virus”.

Dall’inizio della pandemia fino a oggi la Regione Veneto ha assunto 2.954 professionisti della sanità, tra cui 1.182 medici e il resto infermieri, assistenti, operatori socio sanitari. Di questi, 2.954 sono contratti di libera professione o co.co.co, 1.233 assunzioni a tempo indeterminato, 392 a tempo determinato: "Nell’area della libera professione abbiamo avuto questa amara sorpresa, con 4.213 domante pervenute, accolte e poi cestinate per non gradimento della destinazione" continua Simonato.

Per esempio, a luglio – scrive Enrico Ferro su La Repubblica – sono stati messi a bando 128 posti in pronto soccorso ma, alla fine, sono stati assunti 14 medici specializzati e 25 specializzandi. A dicembre altro bando per 107 posti: assunti 14 specializzati e 39 specializzandi. Non aiutano le regole che normano il sistema sanitario nazionale. La legge vieta infatti alle Usl di assumere laureati e abilitati che non siano specializzati o specializzandi. Queste figure possono quindi lavorare, al massimo, come co.co.co o con partita Iva ma, in questo modo, non rientrano nelle quote concorsuali riservate ai dipendenti del sistema sanitario nazionale. E così rimangono ingabbiati nel precariato.