Cosa succede ai lavoratori dell’ex Ilva, cassa integrazione troppo breve e incertezza: “Non siamo schiavi”
"Non siamo schiavi". È questo il grido dei lavoratori dell'ex Ilva che da ormai quattro giorni protestano a Genova, Novi Ligure e ovviamente in Puglia. Ieri, 15 ottobre, una delegazione di lavoratori e sindacati è stata ricevuta a Bari dal presidente della Regione, Antonio Decaro, mentre mercoledì un gruppo di cinquanta manifestanti ha occupato la sede della prefettura genovese. Tutto per chiedere chiarezza rispetto al futuro che attende i lavoratori.
La linea del Governo, trapelata dopo l'approvazione dello schema di decreto con le "misure urgenti a sostegno dei lavoratori dell'ex Ilva e dell'indotto", non soddisfa chi protesta. Il testo contiene anche le indicazioni per un possibile "rilancio industriale del territorio", ma si tratta di posizioni emerse in fase di confronto con i sindacati, e da questi già bocciate perché ritenute insufficienti a garantire la dignità delle persone impiegate nella fabbrica siderurgica.
All'incertezza dei lavoratori si aggiunge lo scontro tra giudici. Lo spegnimento dell'area a caldo di Taranto sembrava inevitabile, e la sentenza di Cassazione attesa per il 20 ottobre pareva già scritta. Il ministro per le Imprese Adolfo Urso ha parlato di "spiragli" della Corte rispetto al prosieguo delle attività degli altiforni, e quindi dell'impianto stesso. Ma a quali condizioni ancora nessuno può saperlo.
Cassa integrazione e ferma dell'impianto: il futuro dei lavoratori dell'ex Ilva
Cassa integrazione inferiore a un anno per gli operai che lavorano da decenni in appalto nello stabilimento dell'ex Ilva di Taranto. Saranno invece coperti per l'intero biennio 2026 e 2027 quelli impiegati direttamente da Acciaierie d'Italia e Ilva. Stesso trattamento invece per quanto riguarda il lavoro usurante: non sarà riconosciuto a nessuno. Sono queste le decisioni più importanti contenute nello schema di decreto legge che Fanpage.it ha visionato.
Per i lavoratori che da decenni sono impiegati nella fabbrica tra amianto e polveri sottili, non basta. Si tratta di un bacino stimato di oltre 4 mila persone, a cui si aggiungono anche quelle degli altri due stabilimenti italiani della galassia ex Ilva che si trovano a Genova e Novi Ligure. Come spiegato da Acciaierie in una nota, questi non hanno altiforni e "dipendono direttamente dalla produzione di Taranto per l’approvvigionamento di acciaio, non disponendo di un’area a caldo autonoma. La conseguente interruzione delle attività a monte comporterà necessariamente anche la fermata degli impianti a valle".
Lo stop dell'ex Ilva e di tutti i siti ad esso collegati ha portato i lavoratori a intraprendere una protesta che dura da ormai quattro giorni. Con bandiere sindacali e cartelli con scritto "schiavi mai".
Tuttavia il decreto risente degli spiragli positivi lasciati trapelare dalla Cassazione. Nel testo, il decreto autorizza i commissari straordinari di Ilva e Acciaierie d'Italia a mantenere in condizioni di riscaldo gli impianti dell'area a caldo, in attesa della pronuncia definitiva. La speranza è che nel frattempo la trattativa del Governo con la cordata di imprese siderurgiche associate di Federacciai vada in porto.
Cosa succederà allo stabilimento di Taranto
Come ha spiegato Carlo Mapelli,tra i massimi esperti di siderurgia in Italia, per mettere l'impianto di Taranto a pieno regime servirebbe un investimento da 6 miliardi di euro. Una cifra improponibile per qualsiasi entità privata. E qui entra in gioco lo Stato, più volte richiamato alle proprie responsabilità sia dai sindacati che dai lavoratori.
L'interesse delle quattordici imprese riunite sotto Federacciai riguarderebbe prevalentemente le lavorazioni a valle – quindi Genova e Novi Ligure – lasciando fuori il nodo fondamentale della produzione primaria di Tarant, dove si trovano gli altiforni.
In tal senso, i rappresentati del sindacato Usb tornano a sostenere che serva "un intervento pubblico diretto nella proprietà e nella gestione industriale, accompagnato da un piano di decarbonizzazione, dalla salvaguardia dell'intera occupazione, compreso l'indotto, e da investimenti certi".
La gara per decidere il destino dell'ex Ilva avrebbe dovuto concludersi ieri, ma il ministro per le Imprese Adolfo Urso ha fatto sapere che "è stata necessariamente prorogata sino al 9 di novembre per sapere quale sarà la sentenza della Cassazione, se confermerà o, come appare nelle prime documentazioni, smentirà clamorosamente la Corte d'Appello".