“La vittima era molto anziana, con patologie intercorrenti”.

L’abbiamo sentita decine di volte, questa frase, ripetuta da medici, virologi, politici, giornalisti in questi giorni di conta dei decessi da Coronavirus. E ogni volta abbiamo tirato un sospiro di sollievo, a meno che non fossimo molto anziani e malati, ovviamente.

Eppure, quella frase, ha due facce: così rassicurante nella sua accezione individuale – per noi individui giovani, o di mezz’età, o con figli – diventa una condanna quando assume una dimensione collettiva. Perché noi italiani, in effetti, non siamo semplicemente un Paese anziano con patologie intercorrenti. Siamo il Paese più anziano, con più patologie intercorrenti: demografiche, sanitarie, economiche, sociali, politiche. E se pensate che il microscopico Covid-19 abbia scelto come sua porta d’ingresso in Occidente la nostra penisola puntando ad occhi chiusi il dito sul planisfero state coltivando una pericolosissima illusione: quella di essere tutto sommato uguali a tutti gli altri.

No, invece. E siamo pronti a giocarci la pensione: non c’è e non ci sarà nessun Paese occidentale in cui il Coronavirus farà gli stessi danni che sta facendo In Italia. Un po' per la sequela di errori che Adriano Biondi ha elencato con millimetrica precisione in questo articolo. Un po' a causa di debolezze strutturali che pre-esistevano al 20 febbraio 2020. E che, con il dispiegarsi dell'epidemia, si stanno manifestando impietosamente, tutte assieme.

La sua vittima preferita siamo noi, innanzitutto, perché siamo, assieme alla Germania e al Giappone, il Paese più anziano del mondo. E  più un Paese è anziano più il Coronavirus fa male. Covid-19 ha infatti un tasso di mortalità molto elevato proprio a partire dai 50 anni in su. Ecco: con i nostri 46,3 anni di età media, siamo il Paese più anziano del continente più anziano del mondo, l’Europa, che ha un’età media di 43,1 anni. Un dato, anche questo, dal gusto dolceamaro: dolce, perché siamo uno dei Paesi con la più alta speranza di vita alla nascita. Amaro, perché abbiamo un’alta percentuale di persone molto deboli e bisognose di cure: 21 milioni, per la precisione, sono gli italiani con più di 65 anni. Per loro, il Coronavirus ha un tasso di mortalità pari o superiore al 3,6%. Non a caso, sinistramente simile al 3,4% registrato nei primi 3000 casi italiani,  e finora di molto superiore a quello di Paesi molto contagiati come la Corea del Sud e di Paesi apparentemente simili a noi, come la Francia.

Non finisce qua, però. La sua vittima preferita siamo noi perché  il 40% della popolazione italiana, 23 milioni di persone, abita nella Pianura Padana, il territorio con l’aria più inquinata d’Europa. Le immagini diffuse dal monitoraggio satellitare, che misurano la concentrazione di Co2 e di particolato fine e superfine non lasciano scampo: quella piccola lingua di terra tra le Alpi agli Appennini è- complici la sua forma a catino che non consente ricambio d’aria – un concentrato di veleni che non ha eguali. Non a caso, siamo primi in Europa per morti da biossido d’azoto. Non a caso, numerosi studi hanno mostrato un elevata correlazione tra l’inquinamento dell’aria e il tasso di mortalità delle infezioni virali alle vie respiratorie. Non a caso, aggiungiamo noi, il Covid-19 ha avuto terreno fertile per attecchire e crescere tra le province di Lodi, Piacenza, Cremona e Bergamo, esattamente nel cuore di quella vasca al veleno che si chiama Pianura Padana.

Beh, direte voi. Però abbiamo la sanità migliore del mondo, o perlomeno una delle. Vero, verissimo, sia per quanto riguarda l’efficacia, sia per quanto riguarda l’accessibilità. Però, avvertono sia l’Ocse sia l’Unione Europea, i continui tagli al sistema sanitario nazionale e una fase di crisi economica che dura da ormai più di dieci anni fanno sorgere legittime preoccupazioni per quanto riguarda la capacità di far fronte a crisi improvvise. La diciamo meglio: dovessimo aver bisogno di aumentare di molto i posti in terapia intensiva – e ci arriveremo: la soglia critica sono 50mila contagiati, segnatevelo –  di assumere molti nuovi medici, di costruire nuovi ospedali, non avremmo i soldi per farlo, se non prendendoli in prestito a tassi d’interesse molto elevati. Grecia a parte, non c’è Paese in Europa che ha un debito pubblico tanto alto, in rapporto al suo prodotto interno lordo. E ci sono ben pochi Paesi in Europa che pagano gli interessi che paghiamo noi per prendere i soldi in prestito. Di fatto, nella farmacia Occidente, noi siamo il cliente col portafogli vuoto.

Non finisce qua, spiacenti. Perché siamo il fanalino di coda della crescita economica in Europa, e quindi l’ultimo Paese del Vecchio Continente, e uno degli ultimi al mondo, che può permettersi di sacrificare un po’ della sua crescita economica per contenere quanto più possibile il contagio. Del resto, basta un refolo di vento per far precipitare la nostra economia in territorio negativo. E, repetita iuvant, lo Stato non ha i soldi per sostenerla nei momenti di difficoltà. A ottobre, tanto per dire, dovremo già trovare 28 miliardi di tagli e nuove tasse per evitare l’aumento dell’Iva che abbiamo messo a salvaguardia degli sforamenti di bilancio degli ultimi anni. Dove li troviamo i soldi per mitigare gli effetti di una caduta del Pil? Sì, è una domanda retorica.

Non bastasse, abbiamo anche una delle strutture imprenditoriali più fragili dell’intero Vecchio Continente: un calabrone che non potrebbe volare e che vola perché non lo sa, straordinaria per inventiva e creatività, ma sottocapitalizzata, incapace di crescere, priva di manager all’altezza (siamo il Paese Ocse con meno laureati tra le figure apicali delle aziende), ipertassata e nel contempo altrettanto sommersa. In altre parole, del tutto inadatta a reggere una quarantena anche solo di media durata. Un mondo, questo, cui fa da contraltare un sistema bancario stracarico di crediti deteriorati, soprattutto in quella provincia laddove il modello della piccola impresa ha attecchito maggiormente.

Potremmo continuare. Siamo un Paese che non rispetta le regole in un momento in cui la prima regola dovrebbe essere rispettarle. Siamo un Paese con una classe dirigente incolta e delegittimata, che non solo non valorizza la competenza, ma sovente la irride e la espelle, com’è successo alla virologa Ilaria Capua, tanto per ricordare la ferita che oggi sanguina di più. Siamo un Paese che ha tagliato i fondi alla ricerca scientifica come pochi altri al mondo – il 21% negli ultimi dieci anni, se avete bisogno di cifre. Siamo un Paese che non riesce nemmeno a decidere se sospendere o meno una partita di pallone. Siamo un Paese in cui si prova a far cascare un governo nel bel mezzo di tutto questo.

Il Coronavirus, davvero, non poteva trovare Paese migliore.