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Covid 19
9 Ottobre 2020
15:19

Coronavirus, l’allarme dei medici di famiglia: “Siamo senza protezioni, non è cambiato nulla”

Fanpage.it a colloquio con Silvestro Scotti, segretario generale della Fimmg, la Federazione italiana medici di famiglia, che hanno svolto e continuano a svolgere un ruolo centrale nella lotta al Coronavirus: “Le carenze che c’erano all’inizio dell’emergenza, soprattutto per quanto riguarda i dispositivi di protezione individuale, ci sono ancora. In un processo endemico, come quello che stiamo vivendo, la risposta territoriale è fondamentale, ma non abbiamo minimamente investito sul territorio”.
A cura di Ida Artiaco
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"Le carenze che c'erano all'inizio dell'emergenza, soprattutto per quanto riguarda i dispositivi di protezione individuale, ci sono ancora. In un processo endemico, come quello che stiamo vivendo, la risposta territoriale è fondamentale, ma troppo poco è stato fatto per noi". A parlare a Fanpage.it è Silvestro Scotti, segretario generale della Fimmg, la Federazione italiana medici di famiglia, che hanno svolto e continuano a svolgere un ruolo centrale nella lotta al Coronavirus ora che la curva del contagio ha ricominciato a salire in tutta Italia. La situazione al momento è sotto controllo, ma l'emergenza potrebbe riesplodere da un momento all'altro. Per questo, i medici di medicina generale, impegnati in prima linea nella gestione delle diagnosi, chiedono che nel corso della seconda ondata non vengano fatti gli stessi errori che hanno caratterizzato la fase 1 della pandemia e lanciano l'allarme: "Se non si forniscono i presidi iniziali, il sistema rischia, come è successo a febbraio e marzo, di non fare il filtro opportuno per evitare il sovraccarico degli ospedali. Abbiamo costruito Covid hospital, abbiamo aumentato il numero delle terapie intensive, che sono tutte cose giustissime, ma non abbiamo minimamente investito sul territorio".

Dott. Scotti, come si sta preparando la categoria ad affrontare la seconda ondata di contagi da Covid-19?

Non dobbiamo sicuramente commettere gli stessi errori della prima, lo ribadisco. Nella prima fase dell'emergenza, in assenza di informazioni, abbiamo avuto un eccesso di contagi nell'ambito della medicina generale purtroppo pagando anche un alto prezzo di vite umane. Tuttavia, una parte dei problemi che avevamo segnalato all'epoca ancora adesso non sono stati risolti. La consegna dei dispositivi di protezione individuale, nonostante una legge dello stato, non è attivata in maniera consona ai fabbisogni e in molte parti d'Italia è completamente disattesa, dal momento che le direzioni generali sanitarie si occupano più delle strutture, degli ospedali, che della sicurezza dei medici del territorio, ai quali poi giustamente chiedono modelli di intervento che in questo momento dovrebbero essere di tipo speciale. Se si immagina un medico in corsia, lo si vede con la tuta, gli occhiali, la mascherina. Ma di quante di queste dotazioni è stato fornito il medico di famiglia che accoglie tra i suoi pazienti, allo stato attuale, asintomatici e soggetti a bassa intensità di sintomi? Se non si forniscono i presidi iniziali, il sistema rischia, come è successo a febbraio e marzo, di non fare il filtro opportuno e a questo punto i pazienti rischiano di riversarsi al pronto soccorso contaminando anche quelli. Non mi pare che da questo punto di vista ci sia stata e ci sia una attenzione primaria.

Secondo lei dunque non è cambiato nulla rispetto alla fase 1?

Esatto. Le carenze che abbiamo notato all'inizio ci sono ancora adesso. Le ho anche denunciate al ministro della Salute, Roberto Speranza, e al commissario straordinario Arcuri, che mi ha chiesto una informativa per fornire lui direttamente, bypassando le aziende sanitarie, i dispositivi ai medici. Ripeto che c'è una legge dello Stato che dice che le aziende sanitarie devono fornire anche ai medici convenzionati i dispositivi di protezione individuale, e laddove ci sono comunque non c'è una procedura standardizzata. Bisogna capire che il dispositivo di protezione individuale nell'ambito della medicina di famiglia diventa dispositivo di protezione collettiva, eppure nessuno ha mai pensato ad esempio di fornirci delle visiere, che rappresentano un ulteriore modello di protezione. Al momento l'infezione riguarda soggetti più giovani e la situazione è più gestibile, ma se si allarga oltre un certo livello con il coinvolgimento di persone più anziane e fragili, rischiamo di contare di nuovo i morti. Questa situazione va affrontata, ma la cosa strana è che nonostante tutta questa esperienza e le proiezioni di quello che sarebbe successo è cambiato poco.

Cosa, secondo lei, è andato storto?

Noi come sindacato abbiamo presentato il progetto di triage, che abbiamo portato sul tavolo grazie all'intuizione del ministro della Salute, e siamo riusciti a gestire l'emergenza all'inizio della pandemia anche per risparmiare altri presidi sanitari. Però questo tipo di ruolo non possiamo sempre inseguirlo noi, qualcuno dovrebbe rendersi conto che la governance di questo sistema non funziona. Ci sono 43mila medici di medicina generale sparsi sul territorio che hanno un rapporto fiduciario con la popolazione che seguono e che devono essere sostenuti.

Il dottor Vaia dello Spallanzani ha chiesto di recente ai medici di famiglia di essere come dei vigili pronti ad aiutare il sistema affinché non vada in tilt. È d'accordo?

Noi siamo d'accordo e abbiamo dato anche disponibilità al Ministro. Mi pare chiaro, però, che vorrei avere attrezzature   dispositivi simili a quelle che ha il dottor Vaia allo Spallanzani in termini di sicurezza degli operatori. Il medico di famiglia è un essere umano. Sembra quasi che tutti parlino di noi come delle truppe che si mandano in battaglia in prima linea sapendo che saranno massacrate perché poi si sa che arrivano quelle più forti e corazzate. Non mi pare che noi siamo così disponibili a fare questa fine. Diano la possibilità agli infermieri di venire nei nostri ambulatori, facciano in modo che noi possiamo essere affiancati da giovani colleghi. In un processo endemico la risposta territoriale è fondamentale però quanti sono i medici esperti di medicina di base nelle task force aziendali e regionali?

C'è la possibilità di mobilitare studenti e specializzandi in caso di emergenza?

Noi formalmente già nell'ultimo contratto firmato abbiamo permesso alle Regioni e alle aziende di farlo. In questo momento lo specializzando della medicina generale può essere assolutamente assunto, ma credo che bisognerebbe procedere con una semplificazione delle procedure. Neanche questi colleghi amano essere trattati da precari. Per altro noi stiamo assistendo anche all'altra faccia della medaglia, perché stanno andando in pensione una marea di medici di famiglia. Non avere meccanismi di semplificazione per rimpiazzare subito queste persone con i giovani è un danno. Abbiamo costruito gli ospedali Covid, abbiamo aumentato il numero delle terapie intensive, che sono tutte cose giustissime, ma non abbiamo minimamente investito sul territorio.

In molte regioni è partita la campagna per la vaccinazione anti-influenzale, la cui richiesta va fatta ai medici di base. Cosa ci può dire a tal proposito?

Quest'anno deve essere l'anno della vaccinazione influenzale, soprattutto per il target degli aventi diritto, cioè i soggetti con patologie croniche e fragili, anche perché in questo caso la vaccinazione non aiuta solo il carico della medicina di famiglia, ma anche quello degli ospedali perché se qualcuno di questi pazienti si becca una influenza e insorge una complicanza, il pronto soccorso si ingorga e non si può permettere una cosa simile. Tuttavia, credo che la campagna influenzale andava iniziata il prima possibile, alcune regioni ci sono riuscite con un processo di gara regionale su cui io rimango critico perché quest'anno la gara sarebbe dovuta essere nazionale e invece si è mantenuto il livello regionale. Ad oggi ci sono regioni che sono già partite e altre no.

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