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Cambiamenti climatici

Che cos’è la criminologia climatica, e chi sono gli investigatori che portano i petrolieri in tribunale

Governi e aziende siglano accordi e si impegnano per la transizione ecologica e la diminuzione drastica delle emissioni climalteranti, ma nessuna istituzione ha il potere di farli rispettare. Così sempre più spesso cittadini e ong provano a portare in tribunale petrolieri e governi.
A cura di Lorenzo Tecleme
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Attivisti ecologisti in Olanda contro Shell
Attivisti ecologisti in Olanda contro Shell
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La parola «criminale» evoca inevitabilmente in tutti noi un set di immagini e stereotipi. Criminale è l’uomo di strada rotto ad ogni avventura, il violento incontrollabile, magari il carcerato con la tuta rancione che siamo abituati a vedere nei film americani. Quasi nessuno, però, a questo termine associa immediatamente la figura di un amministratore delegato in giacca e cravatta. Eppure è esattamente su questo genere di persone che si concentra la criminologia climatica, un filone di studi recente che combina sociologia, psicologia, diritto e climatologia.

L’idea alla base è semplice. Esistono diritti, stabiliti dal diritto nazionale e internazionale, messi a rischio dalla crisi climatica. Se è possibile individuare i responsabili del riscaldamento globale, allora sarà possibile anche processarli per aver violato quegli stessi diritti. Esistono insomma, questa è la teoria, crimini e criminali climatici. Una tesi molto pratica, che dalle aule universitarie è già passata a quelle di tribunale. E le prime condanne stanno iniziando ad arrivare.

«Il caso più celebre è sicuramente Urgenda vs Paesi Bassi, concluso nel 2015. In quel caso un’organizzazione senza scopo di lucro – appunto, Fondazione Urgenda – e 900 cittadini olandesi fecero causa al loro stesso Stato». A parlare a Fanpage è Giacomo Di Capua, ricercatore impegnato nel tema della criminologia climatica. Di Capua è a New York come delegato giovanile presso le Nazioni Unite, ma si occupa di questioni ambientali da ricercatore in accademia e come analista presso Osservatorio Parigi, ruolo col quale ha anche partecipato alle ultime COP, gli incontri Onu sul contrasto al riscaldamento globale.

«L’accusa era quella di avere piani climatici troppo deboli, che non garantissero il rispetto di due diritti garantiti ad ogni cittadino dalla convenzione europea sui diritti umani cui i Paesi Bassi aderiscono. In particolare, si sosteneva che il riscaldamento globale – che il governo di Amsterdam non limitava a sufficienza – mettesse a rischio il diritto alla vita e quello alla privacy. Questo secondo diritto può suonare anomalo, ma è in realtà molto esteso e fondamentale. Include nel lessico specifico anche il diritto a restare nella propria casa, a non essere spostati. Qualcosa che evidentemente viene infranto quando, ad esempio, la nostra abitazione viene distrutta da un’alluvione. E sappiamo che eventi meteorologici estremi come questo che ho appena citato sono resi più frequenti e violenti proprio dalla crisi climatica». Il caso Urgenda vs Paesi Bassi ha fatto scuola. La corte distrettuale dell’Aia ha obbligato il governo a rivedere al rialzo il suo piano di taglio delle emissioni al 2020, e ha rigettato l’appello dell’esecutivo. Dal 2015 al 2023 oltre 40 processi intentati in tutto il mondo si sono ispirati all’esempio olandese.

Alla sbarra non vanno solo i governi, ma anche e sopratutto le aziende del settore oil&gas – cioè i principali produttori di emissioni climalteranti come CO2 e metano. Sempre nei Pesi Bassi, sempre all’Aia, un gruppo di ong ha denunciato Royal Dutch Shell, multinazionale petrolifera ango-olandese tra le più grandi al mondo. Anche in questo caso l’accusa riguardava la violazione dei diritti umani conseguente alla crisi climatica che Shell contribuiva a provocare. Il giudice ha dato ragione agli attivisti, obbligando l’azienda a ridurre le sue emissioni del 45% entro il 2030 e considerandola responsabile anche delle emissioni indirette – quelle provocate cioè non dalle attività dell’azienda in sé, ma dai prodotti che vengono venduti. Nel caso di una corporation del fossile, la gran parte delle emissioni ricade in questa categoria.

«C’è anche un caso, tutt’ora in corso, in cui a processo finisce un capo di Stato» spiega Di Capua. «In Brasile l’ong All Rise ha portato alla sbarra Jair Bolsonaro, ex presidente di estrema destra. I querelanti accusano il politico di aver violato lo Statuto di Roma, firmato anche dal Brasile, e di aver “inflitto profonda sofferenza alla popolazione”. Il procedimento non si è ancora concluso, e assieme ai crimini climatici in senso stretto l’accusa rimprovera anche la violazione dei diritti dei popoli indigeni, scacciati per far posto alla deforestazione».

Non sono poche le difficoltà politiche e legali delle climate litigations –  così si chiamano in gergo questo genere di processi. Prima di tutto c’è il problema dell’attribuzione: come si può stabilire che i danni subiti da un cittadino siano dovuti proprio alla crisi climatica, e proprio alle emissioni di una data azienda – dato che il problema è globale e l’atmosfera solo una? «Questa questione si è vista bene in un altro caso, quello di Luciano Liuya vs Rwe» dice ancora il ricercatore. «La seconda è la più grande azienda del settore energetico tedesco, molto attiva nel carbone, mentre Liuya è un contadino peruviano. L’agricoltore ha denunciato l’azienda per via dello scioglimento di un ghiacciaio vicino alla sua abitazione – scioglimento dovuto all’aumento delle temperature – che ha fatto esondare i fiumi e danneggiato la sua attività. Liuya chiedeva un risarcimento pari alla percentuale di responsabilità che Rwe ha nell’accumulo di emissioni in atmosfera – stimata nello 0.47% del totale. L’idea è che, se l’azienda ha creato una certa quota di emissioni, deve pagare una certa quota di danni». I giudici questa volta hanno dato ragione alla multinazionale, ritenendo troppo debole il legame tra le attività di Rwe e i danni subiti dal contadino. «L’altro problema è quello della giurisdizione. Il tribunale tedesco ha riconosciuto a Liuya, che è peruviano, la possibilità di portare avanti la sua denuncia. Ma non avviene ovunque, nonostante il diritto internazionale tenda a valicare i confini».

Proprio l’idea di dare valore a quei trattati globali che normalmente i governi firmano senza battere ciglio – convinti di non doverli mai applicare – è uno degli aspetti potenzialmente più interessanti per la criminologia climatica. Tutti gli anni i governi si riuniscono per le cosiddette Cop, i negoziati sul contrasto al riscaldamento globale. In questi contesti sono stati firmati trattati celebri come gli Accordi di Parigi o il Protocollo di Kyoto. In teoria questi patti contengono impegni vincolanti, ma le Nazioni Unite non hanno la possibilità di intervenire con sanzioni quando gli Stati dimenticano di rispettarli. Ora, grazie alle denunce di cittadini e ong, potrebbero essere i tribunali nazionali a mettere una toppa. «I casi olandesi sono molto istruttivi. Ritorniamo ad Urgenda, ad esempio. Il giudice ha stabilito che esiste un duty of care, il dovere di prendersi cura dei propri cittadini da parte del governo. Non solo: ha parlato di ritardo predatrorio. Cioè ha riconosciuto che non far nulla per fermare la crisi climatica, quando si sa che questa inazione ha conseguenze gravi sui diritti dei propri cittadini, è illecito. Lo ha potuto fare perché i Paesi Bassi hanno adottato il report Ipcc del 1995 – un lungo studio sugli effetti della crisi climatica realizzato dall’Onu e approvato da tutti gli Stati – che indicava queste conseguenze. È notevole: quel gesto di venti anni prima ha portato alla condanna venti anni dopo».

Qualcuno si preoccupa che, un giorno, queste accuse possano riguardare anche singoli cittadini comuni – considerando che tutti, in un modo o nell’altro, siamo costretti ad emettere nella nostra vita quotidiana. «Non è una possibilità sul tavolo: proprio perché i crimini climatici riguardano sistemi complessi, è evidente che le responsabilità della persona qualunque siano minime, mentre al contrario i cittadini hanno tutte le ragioni per ritenersi vittime» ci risponde Di Capua. «È chiaro però che esistono casi estremi: se un cittadino del Sud globale, magari peruviano, portasse a giudizio Taylor Sfwift – star celebre anche per l’uso smodato dei jet privati – non è impossibile che un tribunale le imponga di limitarsi».

Anche in Italia, più tardi che altrove, sono arrivati i processi climatici. Il primo, soprannominato da chi lo ha promosso Giudizio Universale, si è concluso pochi mesi fa con un insuccesso. Una serie di ong e singoli cittadini hanno cercato di portare alla sbarra lo Stato italiano con le stesse accuse del caso Urgenda. Il Tribunale Civile di Roma ha stabilito che nessuna corte italiana ha titolo per esprimersi su questa vicenda. Una seconda causa, invece, è appena iniziata. I promotori sono le ong ReCommon e Greenpeace Italia, mentre accusata è Eni, la principale multinazionale dell’oil&gas tricolore. «È una vicenda particolare. Eni è un privato, ma controllato dal pubblico. E infatti assieme a lei viene accusato il Ministero delle Finanze, che la controlla». I giudici devono ancora decidere, e la partita è aperta.

«I carbon crime, i crimini climatici, sono crimini in qualche modo commessi da tutto un sistema. E quel sistema ha tutto l’interesse ad evitare le cause, o a renderle marginali» conclude Di Capua. «Non mi stupirebbe che in futuro possano arrivare leggi ad hoc per evitare i processi climatici. Ma c’è da dire che la giurisprudenza si solidifica condanna dopo condanna». Di criminologi climatici, insomma, ci sarà sempre più bisogno.

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