«”U latitanti”? Da rimuovere!». È quello che pensano gli artisti folk calabresi che, dopo anni di fastidiosa “tolleranza”, all’esplosione del “Caso Merante” hanno preso le distanze dai brani della cantante che esaltano la mafia e i mafiosi, in particolare il citato “U latitanti”, nel quale si ascoltano frasi come “Non aviti paura chi su quattru pezzenti, nui simu i latitanti e simu i cchiù potenti”.

Tutti coloro che sono stati interpellati, hanno mostrato profonda indignazione e, quasi con rassegnazione, parlato di una storia che va avanti da anni. Tra questi, Otello Profazio, il Cantastorie per eccellenza, che ha avuto anche Elca Sound come casa discografica e, in quel periodo, si è imbattuto in Teresa Merante che ne ha sfruttato la notorietà.

«Questi canti, scritti apposta per difendere, per osannare i malviventi, non sono assolutamente di tradizione – esordisce -. Vogliono paragonare la Merante a una come Ornella Vanoni –  dice Otello ridendo quasi incredulo -. L’ultima canzone, “Bon Capudannu”, è una canzone mia, lei l’ha ripresa e modificata. Non è di tradizione, è una balla, perché la tradizione è un’altra. Nei canti tradizionali, la malavita viene derisa. La mia valutazione personale? Come cantante non mi piace. Purtroppo –  conclude Profazio -, inconsapevolmente le ho dato notorietà partecipando, assieme a lei, ad un programma televisivo».

Anche il fondatore della band “Il Parto delle Nuvole Pesanti”, Salvatore De Siena, ha detto la sua sul “Caso Merante”. «Torniamo sempre lì, non è la prima volta che qualcuno si indigna per via di questi canti – spiega -. C’è un elemento mistificatore quando si presenta questa musica come folk. In questo caso specifico, se vogliamo affilare la lama – aggiunge -, dobbiamo dire che la Teresa, quando afferma che quello che lei canta fa parte del folk, usa una giustificazione debole. Perché se è vero che, nel caso di “U Latitanti”, ha preso il testo e lo ha rielaborato, forse anche la musica, quando parla di Totò Riina, in verità, il testo è opera sua».

Quando gli chiediamo se è questa la nuova “Onda Calabra”, De Siena risponde amaramente che «non è necessario fare questo tipo di canzoni (“U latitanti”, ndr.) per fare milioni di visualizzazioni».

A spingere per un genere diverso di musica folk è Giuseppe Marasco, CEO di Calabria Sona, che da anni promuove la musica calabrese che si lega alla vera tradizione. «Noi stigmatizziamo, prima di tutto, questi messaggi, su questo non si transige – approccia deciso -. Quando si afferma che questa è la musica del popolo, la musica tradizionale o musica popolare, si dice il falso, non è così. Fortunatamente – prosegue Marasco -, in Calabria esistono progetti diversi. Non solo noi, ma anche tanti altri lavorano sulla ricerca, proponendo qualcosa di nuovo, di diverso, e disconoscono che la tradizione, che la musica popolare, che la nostra storia musicale si basi sulle argomentazioni proposte dalla Merante. Rimuovere il video? Dovrebbero intervenire le autorità, se reputano la cosa necessaria. Noi – conclude – vorremmo si parlasse anche del bello della folk calabrese che non cavalca queste cose».

Senza mezzi termini interviene Sebastian Trunfio, musicista turnista professionista, che vanta collaborazioni con artisti quali Musicofilia, Arangara, Le Muse del Mediterraneo, e che da anni si occupa di ricerca e riscoperta della Musica di Tradizione Popolare in Calabria. «Ritengo opportuno chiedere la rimozione di brani del genere in quanto veri e propri veicoli di messaggi scorretti – afferma sicuro -. In qualche modo, brani come “U latitanti” fanno parte della categoria dei canti di sdegno o “muttetti d’onuri”, ma in questo caso vengono usate ed adattate per fare “folk market”».

Nel panorama musicale folk, i Mattanza si sono distinti proprio per il loro lavoro di ricerca. «Tutto nasce da quanto fatto da mio padre, Mimmo Martino – spiega Claudio martino, grafico e illustratore della band – che raccolse i testi dei brani tradizionali dagli anziani dei paesi nei quali suonava e poi, col tempo, li ha riadattati e proposti. La Merante? Queste operazioni sono sempre state fatte – afferma con rammarico -, non solo dagli anni ’70 in poi. Nella tradizione, c’erano canti di lavoro, canti di lotta contro qualsiasi potere costituito, ma si è tentato di fare in modo che queste canzoni venissero un po’ dimenticate. In particolare, quelle che avevano un significato molto profondo, molto importante, vennero un po’ banalizzate e questo, all’esterno, ha portato pensare che la musica popolare calabrese fosse quella. Ormai, infatti si pensa che la tarantella sia l’unica espressione musicale folk calabrese e così non è. Noi siamo tra gli artisti che – conclude Claudio Martino – provano a mettere un argine a questa sub-cultura dilagante e alla diffusione della “b-folk”».