I tasselli di questo puzzle iniziano a incastrarsi. Dopo le fake news circolate nelle ore successive all'omicidio a Roma del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ucciso nella notte tra il 25 e il 26 luglio da due studenti americani, la nebbia che avvolgeva il caso si sta lentamente diradando. Si spiegano così le versioni discordanti delle prime ore.

Mario Cerciello Rega era di Somma Vesuviana, un paese alle pendici del vulcano. Sergio il pusher in bicicletta derubato da Elder Finnegan LeeGabriel Christina Natale Hjorthera un informatore del vicebrigadiere Rega (come anticipato da Fanpage). Poche ore prima della morte del vicebrigadiere, a Sergio viene rubato il borsello, dentro c'è anche il suo cellulare, uno strumento di lavoro per chi fa quel mestiere. Dallo smartphone di un'altra persona chiama il proprio numero, risponde uno dei due ragazzi: si accordano per la restituzione in cambio di 100 euro e un po' di droga. A quel punto Sergio decide di chiamare il 112 e informare il militare che conosce da tempo, che acconsente di andare all'incontro con i due giovani senza però informare la sua stazione locale. Anzi, sul posto sarebbero dovute giungere le pattuglie della stazione di Monteverde e non la coppia della stazione Farnese dei carabinieri. Nell'audio si sente la centrale parlare chiaramente di un intervento da fare in Piazza Mastai (zona di competenza dei carabinieri di Monteverde). Ciò che sappiamo è che una pattuglia da Monteverde è stata inviata nella piazza di Trastevere dove i due giovani non c'erano più. A quel punto nasce l'idea di contattare il carabiniere amico – forse rendendosi conto dello scarso interessa per una vicenda che coinvolge una persona marginale come lui, derubricata a uno screzio tra tossici – per interessarlo al furto del borsello.

Ecco spiegata la scelta di andare disarmato, ma insieme a un collega, all'appuntamento con i due ragazzi. Da solo, disarmato e senza avvisare la sua stazione di servizio di quella operazione in borghese, Mario Cerciello Rega va all'incontro per recuperare il borsello sottratto al suo informatore: non sa, non si aspetta, di trovarsi davanti due americani armati di coltello e pieni di droghe e alcool.

Le convulse ore successive sono figlie di questo quadro. Un'operazione, quella per il recupero del borsello, non concordata con la locale Stazione dei Carabinieri, bensì un "favore" a quel pusher che conosceva da tempo. Quello che accade è cronaca: uno dei due ragazzi estrae il coltello credendo che l'uomo che si trovava di fronte fosse un "amico" del pusher (nella confessione Lee ha dichiarato che i due carabinieri non si sono identificati come tali) e lo accoltella. I due americani erano sotto effetto di sostanze stupefacenti.

Il suo collega non riesce a reagire e una coltellata centra il cuore del vicebrigadiere. A questo punto inizia il balletto delle versioni discordanti che cercano di spiegare quanto accaduto quella notte. Si parla, prima, di una donna derubata, di un cavallo di ritorno, poi di nordafricani, poi di un italiano e un albanese. Solo in serata inizia a emergere una verità molto diversa da quella raccontata dai primi testimoni. Una verità che sta venendo piano piano a galla ma che non lenirà il dolore di chi in queste ore piange per la morte del militare.